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	<title>articolo &#8211; il blog di Sergio Figuccia</title>
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	<description>Archivio attività artistica &#38; Opinionismo personale</description>
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	<title>articolo &#8211; il blog di Sergio Figuccia</title>
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		<title>Fenomenologia del mercato dell&#8217;arte contemporanea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Oct 2012 05:28:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte a gogò]]></category>
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					<description><![CDATA[Propongo nuovamente un articolo tratto dal blog personale dell&#8217;amico Francesco Marcello Scorsone.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img alt="" align="middle" src="/public/nippon.JPG" /></p>
<p>Propongo nuovamente un articolo tratto dal blog personale dell&#8217;amico Francesco Marcello Scorsone. E&#8217; una interessante analisi su certi &quot;fenomeni&quot; del mercato dell&#8217;arte contemporanea che fa un po&#8217; da seguito al suo precedente articolo del 16 agosto u.s. che trovate su questo stesso blog.</p>
<p><span id="more-2700"></span></p>
<p>&lt;&lt; Che cosa &egrave; la fenomenologia? La fenomenologia, nella filosofia di E. Husserl, &egrave; il metodo attraverso il quale lo spirito, per mezzo di riduzioni successive, viene a trovarsi al di l&agrave; degli esseri empirici e individuali, di fronte alle essenze assolute di tutto ci&ograve; che &egrave;. (Il Nuovo Zingarelli, dizionario&nbsp; della lingua italiana). Ho voluto citare la definizione e soprattutto il filosofo Edmund Husserl perch&eacute;, a mio parere, l&rsquo;argomento che intendo trattare ha molte affinit&agrave; con quanto sostiene uno dei quattro massimi studiosi di fenomenologia. Cio&egrave; l&rsquo;esperienza intuitiva riferita a fenomeni che hanno punti di partenza tali da potere considerare di ricavare elementi dalle caratteristiche essenziali per affermare il principio della validit&agrave; di una determinata operazione che ha come base un riflesso fenomenologico, associato al nostro punto di vista e aggiungerei a quello che vorremmo che gli altri condividessero. Ma al tempo stesso mi domando se valeva la pena scomodare Husserl per parlare di Andrea Dipr&egrave;, uno degli ultimi &ldquo;fenomeni&rdquo; televisivi contemporanei. Imbonitore, massacratore mediatico di giornalisti e critici d&rsquo;arte, sostenitore della comunicazione di massa. Nelle sue &ldquo;mani&rdquo; (o meglio attraverso le sue parole) le classiche &ldquo;sole&rdquo; diventano capolavori in quanto sostiene che &egrave; la comunicazione quella che conta non il prodotto. &Egrave; un punto di vista dal quale ovviamente prendo le distanze. Nella trasmissione televisiva &ldquo;Mi manda Raitre&rdquo; (un programma chiuso a novembre del 2011 per assenza di telespettatori), il Dipr&egrave; fu invitato da Edoardo Camurri, conduttore del programma, per tentare di dare ai telespettatori una spiegazione sul&nbsp; fenomeno del &ldquo;successo&rdquo; delle sue teorie; egli sostiene infatti che odia la retorica, il monumentalismo e l&rsquo;accademismo e ci&ograve; gli serve affinch&eacute; gli &ldquo;artisti&rdquo; con fiducia possano avvicinarlo. Si fanno intervistare, vengono messi in onda i loro quadri (a pagamento ovviamente ma questo lui non lo dice), e di colpo i&nbsp; quadri salgono di prezzo, vengono conosciuti nei 15 minuti di messa in onda televisiva, in tutta l&rsquo;Italia. L&rsquo;aggressione verbale ad Achille Bonito Oliva, nel corso della trasmissione &ldquo;Mi manda raitre&rdquo;, sembra che abbia avuto effetti notevoli. Me ne parlava con toni enfatici uno dei tanti pittori della domenica che incontro per lavoro. Certo mi rendo conto che aggettivi come: strepitoso, da urlo, straordinario, enorme, magico, meraviglioso, geniale, ineguagliabile, tutti attributi usati da imbonitori televisivi per decantare inqualificabili schifezze possano avere una certa presa su sprovveduti acquirenti della notte. Rimbecilliti hikikomori vagano da un canale all&rsquo;altro alla ricerca di opere e oggetti &ldquo;marca braccio&rdquo; per chiss&agrave; quali investimenti. Perch&eacute; sia chiaro solo raramente &ldquo;passa&rdquo; qualche ottimo lavoro a prezzi, &egrave; il caso di dirlo, &ldquo;da urlo&rdquo;. Ma la questione non riguarda i nottambuli, loro sono le vittime designate. Vengono scelte con cura. Sono soggetti fuori dal sistema dell&rsquo;arte, outsider come gli artisti. &Egrave; proprio il caso di dirlo: Dio fa gli uomini e fra di loro si accoppiano. Solo lo stolto pu&ograve; credere che uno stolto &egrave; normale. Questa realt&agrave; fenomenologica viene applicata costantemente a qualsiasi problema a prescindere dalla latitudine. Attualmente, se volessimo fare un&rsquo;analisi del linguaggio che viene utilizzato per vendere arte o pentole, ci accorgeremmo che non si distanzia di molto. Per un venditore (il cui vocabolario deve contenere solo parole &ldquo;povere&rdquo;) chiunque esso sia, un materasso, una valigia o un quadro, vengono presentati con le stesse parole: &ldquo;indispensabile, comodo, toglie i problemi, evita lo stress ma, soprattutto, &egrave; sempre un investimento. Catecumeni notturni spesso si ritrovano in gruppi per ascoltare in pullman o in albergo le magnificenze di un tappeto o di un set di pentole. Ma se fin qui la questione pu&ograve; essere di carattere generale e, di conseguenza, la spesa &egrave; sempre contenuta nell&rsquo;ambito di qualche centinaio di euro quando il problema investe l&rsquo;arte, o meglio il cosiddetto quadro d&rsquo;autore, la situazione si fa pi&ugrave; critica che mai. &Egrave; in atto una campagna &ndash; proveniente dall&rsquo;est &#8211; tendente a screditare quanto di valido &egrave; stato &ldquo;costruito&rdquo; nell&rsquo;ultimo secolo in merito all&rsquo;arte contemporanea. L&rsquo;attacco in questo senso di Dipr&egrave; al mondo dell&rsquo;arte, con suoi freak e i suoi&nbsp; irregolari o outsider e disadattati e chi pi&ugrave; ne ha pi&ugrave; ne metta, diventa qualcosa di simile al dilettantismo, gli atteggiamenti di tipo sgarbistico serviranno a poco, verr&agrave; arrotato miseramente da una comunicazione transoceanica senza precedenti. Bisogner&agrave; guardarsi dall&rsquo;enorme potenza penetrativa cinese. <br />
In un precedente articolo &ndash; Palermo-Lussemburgo &ndash; abbiamo trattato l&rsquo;argomento, ma la questione su ci&ograve; che sta accadendo in termini fenomenologici &egrave; qualcosa che non ha solo a che fare con l&rsquo;arte ma punta all&rsquo;egemonia sul sistema economico passando per l&rsquo;arte. A poco servir&agrave; sapere che tra i primi dieci artisti nel mondo i record d&rsquo;asta appartengono ad artisti americani (con 7opere), a inglesi (con 2 opere), e francesi (con 1 opera). Il sistema che &egrave; in atto riguarda una teoria che non riusc&igrave; a mettere in pratica Andy Warhol. Egli sosteneva che l&lsquo;arte doveva essere &ldquo;consumata&rdquo; come un qualsiasi prodotto commerciale e quindi messa negli scaffali dei supermercati ribadendo che chiunque poteva portarsela via a prezzi modici. Esattamente come per la coca cola. L&rsquo;arte quindi come prodotto di massa e non pi&ugrave; elitaria come abbiamo sempre pensato che sia. Giorni fa ad Agrigento, Paolo Schiavocampo ribadiva il concetto, che condivido, secondo cui l&rsquo;arte invece deve essere elitaria, deve essere un prodotto di nicchia senza falsa democrazia. L&rsquo;arte deve riprendersi il suo spazio lasciando che altri producano ci&ograve; che servir&agrave; per reclamizzare biscotti per cani o latte per beb&egrave; o &ldquo;parmigiano&rdquo; made in Palma cos&igrave; come il &ldquo;vino nobile&rdquo; di Pechino. Personalmente non ho difficolt&agrave; a credere che i cinesi sono capaci di costruire un&rsquo;autostrada laddove il giorno prima c&rsquo;era un villaggio o chiss&agrave; quale altra &ldquo;magia&rdquo; costruttiva. Ma la questione non &egrave; questa. La cultura non si costruisce come una strada o un ponte e i cinesi lo sanno. La loro &egrave; una cultura millenaria ma in questo momento hanno bisogno di bruciare le tappe, di fare prima di chiunque altro, hanno necessit&agrave; di immettere sul mercato dell&rsquo;arte &ldquo;materiale veloce da realizzare: stampe, fotografie, fotoserigrafie, riproduzioni su finta seta cinese, dipinti informali su tela etc. Baster&agrave; per invadere il mercato mondiale dell&rsquo;arte? Ho paura di s&igrave; se non si interviene energicamente, per evitare di subire un secondo scacco. Il primo, come &egrave; noto, rivoluzion&ograve; il sistema dell&rsquo;arte europea. Il secondo potrebbe influenzare l&rsquo;intero pianeta. Basti pensare che ai cinesi basterebbe far diventare quadri i loro ideogrammi. <br />
Sono talmente belli, prescindendo dai loro significati, che forse non sarebbe neanche una cattiva idea.&gt;&gt;</p>
<p>Palermo 8 ottobre 2012&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Francesco M. Scorsone</p>
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		<title>La Cina è sempre troppo vicina, ora anche nell&#8217;arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Aug 2012 13:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte a gogò]]></category>
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					<description><![CDATA[Propongo di seguito un interessante articolo dell&#8217;amico Francesco Marcello Scorsone intitolato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img alt="" align="middle" src="/public/aPechino.jpg" /></p>
<p>Propongo di seguito un interessante articolo dell&#8217;amico <b>Francesco Marcello Scorsone </b>intitolato &quot;<b>Pechino, Lussemburgo e perch&eacute; no anche Palermo porto franco per l&rsquo;arte</b>&quot;.<br />
Nel fare il punto sul drammatico momento dell&#8217;arte in <b>Italia</b>, ed in <b>Sicilia </b>in particolare, <b>Marcello </b>lancia una provocazione per mettere sotto i riflettori la <b>Citt&agrave; di Palermo</b>, contrastando l&#8217;espansione &quot;<b>gialla</b>&quot; in occidente nel campo dell&#8217;arte che i <b>governi europei </b>stanno favorendo (<i>con sgravi fiscali e tassazioni alleggerite</i>) come hanno fatto in precedenza anche per i tradizionali <b>mercati commerciali</b>.</p>
<p><span id="more-2701"></span></p>
<p>&quot;Il porto franco (o zona economica libera) come &egrave; noto &egrave; un territorio delimitato di un paese, o comune, nel quale si godono particolari benefici di carattere tributario o daziario sulle merci in transito o in temporanea importazione. Fra non molto, per la precisione nel 2013, la citt&agrave; di Pechino,&nbsp; in una zona di fianco al Beijing Capital International Airport, inaugurer&agrave; uno spazio di 83.000 mq dedicato interamente all&rsquo;arte nel senso pi&ugrave; ampio della parola: vini pregiati, arte contemporanea, gioielli, oggetti d&rsquo;antiquariato etc. saranno messi in commercio in questa zona senza essere gravati da tributi e balzelli vari a condizione che gli acquirenti non siano residenti. I compratori potranno, a loro&nbsp; volta, conservare nei magazzini o special box attrezzati della zona franca gli oggetti acquistati. Salvo poi pagare le regolari tasse al momento dello &ldquo;sdoganamento&rdquo;.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br />
Geniale direbbe un qualsiasi economista che ha a cuore le sorti occupazionali di un paese. Io immagino una situazione analoga a Palermo &#8211; che ha avuto il porto franco per lunghissimi anni e quindi di esperienza ne dovrebbe avere parecchia. Quale potrebbe essere il risvolto economico se lontanamente si potesse pensare di realizzare un porto franco nella citt&agrave; capoluogo regionale dedicato esclusivamente all&rsquo;arte contemporanea del bacino del mediterraneo. Sappiamo benissimo quale sia, in questo momento, la portata della drammatica crisi che sta attraversando il nostro paese. Uno dei settori colpiti in modo, ahim&egrave;, irreversibile &egrave; quello dedicato all&rsquo;arte contemporanea. A farne le spese sono tutti quegli artisti che, nel giro di pochissimo tempo, si sono ritrovati con affitti e tasse da pagare senza la possibilit&agrave; di incassare alcunch&eacute; in quanto da qualche anno non si vende pi&ugrave; niente. Le gallerie d&rsquo;arte o le associazioni culturali che hanno avuto sempre un peso determinante, gestendo una malferma economia artistica siciliana, hanno chiuso ogni fonte di possibile manifestazione espositiva giacch&eacute; non vi &egrave; nessun ritorno. La stessa stampa siciliana non d&agrave; grandi spazi agli eventi che accadono in Sicilia se a questi sono interessati autori siciliani di seconda linea.&nbsp; <br />
La nuova stagione che ci apprestiamo a vivere &egrave; piena di incertezze; le notizie che arrivano da Milano o Roma, per non parlare di altre citt&agrave;, sono disarmanti. Quelle sparute attivit&agrave; artistiche di vari Enti Pubblici regionali o locali o di alcune Fondazioni sono ben poca cosa per tentare di dare un minimo di vitalit&agrave; ad una realt&agrave; che ha raggiunto il pi&ugrave; basso livello di interesse dal dopoguerra ad oggi. Troppe tasse per artisti, operatori culturali e gallerie. Se un&rsquo;opera venduta in galleria costa al pubblico &euro; 3.000, di fatto l&rsquo;artista incassa &euro;. 2.019 e su questa somma, giacch&eacute; si tratta di una transazione non diretta, dovr&agrave; pagare il 21% di IVA, le tasse irpef 30-40% e, non ultima, il 4% di diritti d&rsquo;autore (tassa introdotta dal 2008 che paga la galleria alla SIAE ma che di fatto viene addebitata all&rsquo;artista). <br />
Se non si provvede con una terapia di urgenza ad intervenire sul comparto delle arti figurative rischiamo di vedere naufragare un patrimonio di creativit&agrave; stranoto in tutto il mondo. L&rsquo;Italia, patria di uno dei pi&ugrave; grandi movimenti artistici quali il &ldquo;futurismo&rdquo; che ha contagiato l&rsquo;intero globo (ved. Mostra Futurismo&amp;Futurismi &ndash; Palazzo Grassi del 1986 una mostra alla quale centinaia di artisti, 117 musei di tutto il mondo, 106 enti privati pi&ugrave; un innumerevole numero di collezionisti anonimi hanno dato il loro contributo per la riuscita di un movimento artistico unico), potrebbe rischiare di essere travolta dal fenomeno giallo. Va considerato, a riprova che il fenomeno cinese &egrave; imminente, il fatto che da quest&rsquo;anno l&rsquo;imposta sulle opere d&rsquo;arte importate in Cina &egrave; stata ridotta dal 12% al 6% e l&rsquo;iva &egrave; solo del 17%.&nbsp; Non vi &egrave; dubbio quindi che siamo entrati in un &ldquo;territorio economico&rdquo; in assenza di&nbsp; concorrenza se si pensa che dietro questo progetto faraonico vi &egrave; l&rsquo;organizzazione governativa Beijing Gehua Cultural Development Group che, assieme a Euroasia, nel 2010 ha aperto un porto franco a Singapore e un altro che vedr&agrave; la luce a Lussemburgo nel 2014. <br />
La preoccupazione pu&ograve; non essere rilevante pensando ad uno sviluppo geoeconomico dell&rsquo;arte contemporanea, ma se si pensa che il mercato dell&rsquo;arte europea pu&ograve; essere negoziato a Lussemburgo, quello euroasiatico a Pechino (che nel tempo dovrebbe assorbire quello di Hong Kong) o Singapore il conto &egrave; presto fatto: abbiamo assolutamente necessit&agrave; di un porto franco in Sicilia (Palermo) per potere negoziare le opere di artisti che vivono nel bacino mediterraneo. Montesquieu sosteneva che i porti franchi erano un fenomeno repubblicano. Ebbene noi siamo una repubblica ed &egrave; ora di pensare agli sgravi di imposizione fiscale.&quot;&nbsp;</p>
<p>Palermo, 10/08/2012&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Francesco M. Scorsone&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
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