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	<title>facebook &#8211; il blog di Sergio Figuccia</title>
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	<description>Archivio attività artistica &#38; Opinionismo personale</description>
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	<title>facebook &#8211; il blog di Sergio Figuccia</title>
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		<title>Futil Art</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Feb 2021 11:25:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; Girando sui social, in merito all&#8217;attuale situazione dell&#8217;arte nella nostra città,]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="kvgmc6g5 cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">
<div id="attachment_3904" style="width: 560px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-3904" loading="lazy" class="size-full wp-image-3904" src="https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2021/02/lucio-fontana-attese-1968.jpg" alt="lucio-fontana-attese-1968" width="550" height="438" srcset="https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2021/02/lucio-fontana-attese-1968.jpg 550w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2021/02/lucio-fontana-attese-1968-300x239.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /><p id="caption-attachment-3904" class="wp-caption-text">lucio-fontana-attese-1968</p></div>
</div>
<div dir="auto">&nbsp;</div>
<div dir="auto">Girando sui social, in merito all&#8217;attuale situazione dell&#8217;arte nella nostra città, leggo post e relativi commenti che farebbero cadere le braccia perfino al più muscoloso fra i palestrati.</div>
<div dir="auto">&nbsp;</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">E&#8217; una delle cause per cui, pur continuando a dipingere, ho deciso di non mostrare più a nessuno quello che produco; l&#8217;altro motivo è l&#8217;acclarata inutilità di &#8220;esporsi&#8221; a una platea che ogni giorno diventa sempre più ristretta e disinteressata, appassionata com&#8217;è alle nuove tecnologie (<em>video art, video mapping, arte digitale, street art, body painting, videoperformance, installazioni, multimedialità ecc. ecc.</em>) che purtroppo stanno rendendo inevitabilmente alquanto &#8220;insipido&#8221; l&#8217;antico piacere di gustare le mostre dell&#8217;<strong>arte figurativa tradizionale</strong>.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">&nbsp;</div>
<div dir="auto">Questa lenta agonia del vecchio concetto di arte, nonostante risulti quasi inspiegabile l&#8217;attuale preferenza per opere <strong>effimere</strong> che nascono e spariscono magari anche nell&#8217;arco di qualche ora, non viene però minimamente percepita dagli &#8220;artisti&#8221; che continuano a lavorare nel settore come se nulla fosse accaduto nel frattempo.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">&nbsp;</div>
<div dir="auto">Tanti operatori continuano a postare i loro lavori sui social nella speranza di ricevere qualche <strong>like</strong> che possa ravvivare la fiammella di una passione artistica coltivata per una vita ma ridotta ormai a un lumicino da un irrefrenabile cambiamento sociale e da eventi globali che hanno stravolto sia i rapporti interpersonali, sia gli interessi della comunità, sia la stessa antica voglia, una volta presente in ognuno di noi, di spendere qualcosa per acquisire anche solo un briciolo dello spirito artistico di qualcun altro che ritenevamo dotato di talento.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">&nbsp;</div>
<div dir="auto">Oggi non si compra più un quadro se non per la mera illusione che possa ancora risultare in futuro un buon <strong>investimento finanziario</strong>, quindi niente più opere di <strong>artisti nuovi</strong> o <strong>emergenti</strong>, ma solo grandi firme storicamente consolidate, e in certi casi neanche quelle, in seguito alle migliaia di <strong>truffe</strong> cui ormai siamo soggetti tutti, con lo Stato che quasi sempre assiste inerme.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">&nbsp;</div>
<div dir="auto">Le mostre collettive di pittori poco noti vanno praticamente deserte e sono frequentate solo dagli artisti partecipanti e da qualche loro familiare; sono finiti i tempi in cui alle inaugurazioni, specialmente nelle grandi location istituzionali, si presentavano migliaia di visitatori (<em>estranei all&#8217;organizzazioni degli eventi si intende</em>).</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">&nbsp;</div>
<div dir="auto">Quindi perché accapigliarsi sui social per le critiche negative sulla qualità artistica delle opere postate?</div>
<div dir="auto">Perché continuare a vantare la presenza in mastodontiche collettive &#8220;a pagamento&#8221; senza alcun valore aggiunto o l&#8217;acquisizione di futili &#8220;premi&#8221; il cui reale valore è tutto da dimostrare?</div>
<div dir="auto">Perché intestardirsi a esporre su <strong>Facebook</strong> i propri lavori &#8220;pretendendo&#8221; solo complimenti e lodi che ovviamente lasciano il tempo che trovano, reagendo magari anche in malo modo alla prima osservazione negativa che arriva da qualche contestatore che, a sua volta, si arroga la capacità di oggettivo giudizio super partes.</div>
<div dir="auto">Un <strong>pollaio</strong>! <strong>I social diventano così un pollaio di inutili e irripetibili schiamazzi</strong>; meglio mantenere i &#8220;<strong><em>profili bassi</em></strong>&#8220;, così facendo potremmo forse dare una mano alla vecchia arte figurativa per risollevarsi dal pantano in cui è sprofondata.</div>
</div>
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		<item>
		<title>Facebook, sono solo 25 i miei 5000 amici?</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/facebook-sono-solo-25-i-miei-5000-amici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 17:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Molti utenti di Facebook hanno riscontrato, ma si tratta di qualcosa che risale a qualche anno]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto"><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-3841" src="https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2020/11/facebookamici.jpg" alt="" width="511" height="343" srcset="https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2020/11/facebookamici.jpg 600w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2020/11/facebookamici-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /></div>
<div dir="auto">&nbsp;</div>
<div dir="auto">Molti utenti di Facebook hanno riscontrato, ma si tratta di qualcosa che risale a qualche anno fa, che il social mette in evidenza sulle home dei vari diari solo i post di circa&nbsp;<strong>25</strong>&nbsp;degli amici registrati in ciascun account, anche se in realtà i nominativi degli “amici” sono migliaia.</div>
<p>Purtroppo le dinamiche dei social, e di&nbsp;<strong>Facebook</strong>&nbsp;in particolare, non sono chiare per tutti; il problema, sempre che di vero problema si tratti, non si risolve però copiando e incollando uno specifico testo sul proprio diario, questo può servire solo a far rilevare la presenza dell’algoritmo di Facebook ai 25 amici che vedono i nostri post nella loro home page e che sconoscono questa limitazione, ma non serve certo ad aumentarne il numero, che resterà purtroppo sempre lo stesso fino a contraria decisione di coloro che stanno nella “<em>stanza dei bottoni</em>” della piattaforma web.</p>
<p>Commentando invece i post di altri amici non presenti fra i 25 visibili nella nostra home o inserendo like nei loro post permettiamo al sistema di Facebook di inserire questi amici nei 25 in sostituzione di quelli che interagiscono in modo minore sul nostro diario.</p>
<p>Questa è una tattica adottata dal social anche per favorire coloro che partecipano attivamente ai dibattiti ricavandone così visibilità, non sono visti bene infatti i “<em><strong>guardoni</strong></em>“, coloro cioè che navigano&nbsp;<strong>solo per vedere ciò che fanno gli altri senza argomentare minimamente sui contenuti dei post.</strong></p>
<p>D’altra parte la scelta dei programmatori non è del tutto fuori luogo: si chiamano “<em><strong>social</strong></em>” proprio perché si tratta di mezzi per&nbsp;<strong>socializzare</strong>, per discutere cioè su problematiche e temi comuni, per condividerne le opinioni, per imparare qualcosa dalle esperienze altrui, per scoprire magari che esistono opinioni e idee contrarie ma con uguale validità delle nostre (<em>sempre che siamo disponibili a considerarle civilmente con serenità e senza stupide o infantili reazioni in perfetto stile mediatico</em>). Che senso ha iscriversi per “<strong><em>non partecipare</em></strong>“, stare lì dietro a&nbsp;<strong>sbirciare in silenzio dietro le “<em>persiane socchiuse</em>“, come si usava fare in certi paesini dell’entroterra nel secolo scorso per passare il tempo nascosti alle spalle del prossimo da giudicare o criticare?&nbsp;</strong>In fondo il social è come un grande paese da “<strong><em>vivere</em></strong>” insieme ai propri conterranei, al prossimo che ci circonda;&nbsp;<strong>se rifiutiamo qualsiasi contatto con il resto del mondo, ma ne scrutiamo furtivamente l’attività, certo qualche problema psichico dobbiamo averlo</strong>. (asocialità, supponenza, timidezza, scarsa autostima, curiosità morbosa, misantropia, complesso d’inferiorità, ecc. ecc.)</p>
<p>Semmai la recriminazione più sensata potrebbe essere quella di coloro che si vedono costretti a subire questa limitazione a causa di altri utenti meno corretti, si dice “<em>piange il giusto per il peccatore</em>“, la regola infatti vale per tutti.</p>
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		<title>Dai segnali di fumo al codice binario</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/dai-segnali-di-fumo-al-codice-binario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Sep 2018 08:08:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nel suo film “Palombella rossa“, del lontano 1989, Nanni Moretti diceva: “Come parla? Le parole]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="linkedin_share_container"></div>
<p>Nel suo film “<em><strong>Palombella rossa</strong></em>“, del lontano 1989, <strong>Nanni Moretti</strong> diceva: “<em>Come parla? Le parole sono importanti</em>“; purtroppo quella perla cinematografica non è stata in alcun modo ascoltata, e forse non è stata mai compresa dalla grande massa degli italiani.<span id="more-9831"></span></p>
<p>La disgrazia della “moda” orrenda di deformare le parole o di “risparmiarle”, come si faceva una volta nei telegrammi per pagare di meno all’ufficio postale, oggi è controversa, inutile e contraddittoria in un’epoca consacrata alla comunicazione totale e globale.</p>
<p>Che senso ha scrivere pezzetti di parole, eliminando le vocali come si fa nei codici fiscali, rischiando di non farsi capire e di perdere ancora più tempo nel rilanciare altri messaggi solo per chiarire il contenuto dei precedenti “non recepiti” correttamente dagli interlocutori?</p>
<p>Parole che sembrano sigle di aziende o di società per azioni, frasi storpiate e monche che somigliano più alle serie di singhiozzi ritmici emessi da un ubriaco. Parole che sono veri e propri “insulti” alla lingua nazionale. Non occorre fare esempi, basta che diate un’occhiata a quello che scrivete e che vi scrivono sulla famosa applicazione <strong>WhatsApp</strong>.</p>
<p>Ma i social non sono da meno. <strong>Twitter</strong> inizialmente aveva messo pure un limite al numero di parole da poter utilizzare in ogni post pubblicato, poi, fortunatamente, ha compreso che la <strong>sintesi </strong>dialettica non è un valore aggiunto, piuttosto un <strong>limite comunicativo</strong>, e così ha abolito questo inutile “muro” informatico accettando post ben più corposi.</p>
<p>Con il superfluo utilizzo indiscriminato di termini inglesi e la citata aberrazione della sintesi nei contenuti dei post online e dei messaggi telefonici, tanta gente sta perdendo l’uso del corretto linguaggio italiano e tende inesorabilmente a tornare indietro nel tempo; nell’era della comunicazione globale ci si ritrova a esprimersi con modalità simili a quelle del vecchio <strong>telegrafo</strong> che utilizzava <strong>codici</strong> proprio come il celebre <strong>Codice Morse</strong>. D’altra parte la stessa base dell’intero sistema informatico mondiale e dell’<strong>era digitale,</strong> che stiamo vivendo, è il <strong>codice binario</strong> che utilizza solo due elementi: l’<strong>1</strong> e lo <strong>0</strong>, proprio come i vecchi segnali di fumo dei pellerossa americani. Insomma in questo settore il progresso, trascinato dalla tecnologia commerciale e scriteriata, sembra la metafora di un treno che corre in retromarcia e che, passando da splendidi periodi realmente consacrati alla cultura più elevata, ci sta portando indietro nel tempo, annullando tutto quello che la storia ha regalato alla razza umana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-3361" src="http://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni.jpg" alt="" width="1797" height="1663" srcset="https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni.jpg 1797w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni-300x278.jpg 300w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni-768x711.jpg 768w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni-800x740.jpg 800w" sizes="(max-width: 1797px) 100vw, 1797px" /></p>
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		<item>
		<title>La banalità diventa regola</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/la-banalita-diventa-regola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Mar 2018 10:37:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quantità immense di foto, video, immagini di opere pittoriche, aforismi, spesso retorici e ridondanti,]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quantità immense di foto, video, immagini di opere pittoriche, aforismi, spesso retorici e ridondanti, vengono postati giornalmente in un turbinio pirotecnico di dati informatici che “dura” meno di un giorno, se non persino poche ore. <span id="more-9370"></span><br />
Poi tutto viene fagocitato dagli archivi dei <strong>social network</strong> in funzione delle varie date e ore di pubblicazione; tutto va in coda, su fondo pagina, dentro i tasti degli anni precedenti, in un enorme guazzabuglio che <span class="text_exposed_show">fa sparire “<strong>tutto</strong>“, pur mantenendolo in una sorta di “<strong>coma farmacologico</strong>” nei bassifondi virtuali dei social network.</span></p>
<div class="text_exposed_show">
<p>Non parliamo poi degli “<strong>eventi</strong>“, tutto ciò che implica coinvolgimento dei gruppi di amici, magari per festeggiare un semplicissimo compleanno, o per celebrare la vittoria in un torneo di burraco, viene trasformato in “<strong>EVENTO</strong>“.</p>
<p>Prima un “<strong>evento</strong>” era una circostanza attesa e auspicata sia dai relativi protagonisti, sia da folte schiere di pubblico; oggi viene invece <strong>banalizzato e annichilito</strong> da una serie infinita di iniziative personali di dubbio interesse popolare e di discutibile qualità.</p>
<p>Diventa evento (<em>scusate il gioco di parole</em>) persino la caduta del primo dentino di nostro figlio, certamente un momento storico per noi genitori, ma di sicuro non il più importante degli appuntamenti mondani per lo zio della cognata del consuocero del nostro panettiere di fiducia, anche se risulta nell’elenco dei nostri “<strong>amici</strong>” fin da quando ci siamo registrati per la prima volta su <strong>Facebook</strong>.</p>
<p>Ogni evento sparisce nel pubblico oblio già il giorno stesso della sua inaugurazione, spazzato via dal “<strong>vento elettronico</strong>” dei massicci flussi informatici successivi … e forse, chissà, proprio per questo viene chiamato “<strong>e-vento</strong>”.</p>
<p>I <strong>social</strong>, con i loro <strong>automatismi</strong> e i loro “canti da sirene”, ci stanno “massacrando” la personalità,<strong>illudendoci di essere sempre grandissimi protagonisti della vita pubblica</strong>, mantenendo invece pressoché inalterati i nostri rapporti sociali, “conquistati” nella realtà senza l’uso del pc.</p>
<p>Per utilizzarli dunque nel migliore dei modi e per esaltarne la indubbia valenza, dovremmo considerarci meno “<strong>protagonisti</strong>” e più disponibili ad appartenere a una <strong>comunità</strong>, accantonando possibilmente l’inconfessato <strong>desiderio egocentristico e autoreferenziale</strong> di essere <strong>al centro dell’attenzione di tutti</strong> … <strong>nei social network non servono né i leader né i capitani di ventura, almeno lì, conta solamente il popolo, la comunità nella sua interezza.</strong></p>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Mi piace o non mi piace, questo è il problema</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/mi-piace-o-non-mi-piace-questo-e-il-problema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 May 2017 07:55:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[Purtroppo non risulta molto chiara alla massa degli utenti che la sfera delle reazioni e delle interazioni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Purtroppo non risulta molto chiara alla massa degli utenti che la sfera delle reazioni e delle interazioni sui social network è del tutto simile a quella che avviene al di fuori della rete.<span id="more-8478"></span></p>
<p>Il fatto di postare qualcosa sul proprio diario o sulla propria pagina non vuol dire assolutamente che a ogni pubblicazione debba corrispondere un numero di likes pari o proporzionale al numero dei collegamenti acquisiti all’interno del social (<em>i cosiddetti “amici”</em>).</p>
<p>Già il modo stesso con il quale viene generato nel tempo il proprio numero di <strong>follower</strong> (<em>amici, amici degli amici, semplici conoscenti, amici di semplici conoscenti … e così via</em>) la dice lunga sulla reale consistenza numerica di chi ci segue realmente, così come nell’ambito della nostra società reale conosciamo tantissime persone ma di queste solo poche sono sinceramente legate alle vicende della nostra vita.</p>
<p>A questo dobbiamo aggiungere che, per quanto alto possa essere il numero dei nostri “<strong><em>amici</em></strong>” sul diario di <strong>Facebook</strong>, fra di essi, <strong>INEVITABILMENTE</strong>, saranno sempre presenti:</p>
<ul>
<li><strong>quelli che mettono il “mi piace” solo sui post frivoli e dilettevoli</strong> (<em>cani che ballano, gatti che fanno le capriole, uccelli canterini, gente che cade ecc</em>.);</li>
<li><strong>quelli che non vogliono darti “importanza” anche se ti visualizzano sempre sulla loro home</strong>;</li>
<li><strong>gli ipocriti, che fingono di seguirti ma che, in realtà, di te non gliene frega proprio nulla e, dopo qualche like, si aggregano alla categoria precedente</strong>;</li>
<li><strong>quelli che contestano qualsiasi cosa, anche l’ovvietà, e che neanche pagati sono disponibili a concederti il “piacere” di prenderti in considerazione. </strong>Questi utenti, che spesso adoperano un linguaggio scurrile ricco di parole tronche e abbreviazioni infantili, sono chiamati tecnicamente “<strong>troll</strong>” e, proprio come i personaggi delle tradizioni popolari scandinave (<em>vedere anche il “<strong>Signore degli Anelli</strong>“</em>) sono veri e propri <strong>disturbatori</strong>, sfruttati anche da certi partiti politici per “colpire” gli avversari.</li>
<li><strong>quelli che non leggono, per cocciutaggine costituzionale e ignoranza cronica, i post o i commenti troppo lunghi ritenendo la brevità un valore aggiunto, </strong>mentre si sa benissimo che certi concetti complessi necessitano di un certo numero di parole per essere ben compresi e non far cadere i lettori in equivoci e fraintendimenti (<em>lo stesso social network <strong>Twitter</strong>, celebre proprio per i limiti dei caratteri imposti nei suoi post, è tornato indietro su questa scelta e sulla sua originaria policy in tal senso</em>);</li>
<li><strong>quelli che non partecipano attivamente al dibattito nei social, per non rischiare critiche e in genere per non esporsi, ma che studiano quotidianamente ciò che fanno o scrivono tutti gli altri che conoscono</strong>; questi sono chiamati “<strong>guardoni</strong>” e risultano forse i più detestabili perché si muovono fra l’ignavia patologica e la perversa curiosità.</li>
<li>infine ci sono<strong> quelli che frequentano saltuariamente i social e non ne conoscono bene le dinamiche, </strong>visionano pochi post degli amici e, anche volendosi inserire nel dibattito, non sanno neanche cosa scrivere.</li>
</ul>
<p>Insomma nei social c’è la stessa variegata “fauna” che incontriamo per strada o che ci vive accanto giornalmente con le proprie personalissime convinzioni.</p>
<p>Certi <strong>studi scientifici</strong> hanno dimostrato che quando postiamo qualcosa sui social generiamo un rilascio di <strong>dopamina</strong> attivando una specifica area del cervello che ci da una sorta di piacere legato all’<strong>ILLUSIONE</strong> di essere popolari.</p>
<p>E ciò, purtroppo, genera <strong>dipendenza</strong> e talvolta <strong>delusione o depressione</strong> se prendiamo coscienza della futilità di quello che facciamo o dell’abbaglio che abbiamo preso nel ritenerci celebrità del web.</p>
<p>Ci sono utenti che non ottengono “<strong>like</strong>” in quasi tutti i loro post, pur avendo un numero elevato di <strong>follower </strong>e proponendo sempre dibattiti o problematiche interessantissimi. A loro non interessano minimamente questi “dati statistici” di <strong>gradimento fittizio </strong>la cui eventuale assenza costituisce solo un <strong>falso problema</strong> del quale è opportuno disinteressarsi totalmente, l’importante è invece proporre <strong>cose intelligenti e utili alla collettività</strong>, frivolezze e banalità, per quanto popolari possano risultare nel breve termine, alla fine cadono inesorabilmente nel “dimenticatoio” e nell’indifferenza totale.</p>
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		<item>
		<title>Bufale, sbufale, anti-bufale</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/bufale-sbufale-anti-bufale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 15:50:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Alale alala! Gridavano in battaglia gli antichi Greci. Eia Eia Alalà! Urlavano i fascisti. Eccaallà!]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="" data-block="true" data-editor="d9k4f" data-offset-key="dfk6t-0-0">
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="dfk6t-0-0"><span data-offset-key="dfk6t-0-0"><span data-text="true"><strong>Alale alala</strong>! Gridavano in battaglia gli antichi Greci. </span></span><strong>Eia Eia Alalà</strong>! Urlavano i fascisti. <strong>Eccaallà</strong>! Dicono oggi a Roma. Com’era nelle previsioni, la guerra nel web fra le disinformazioni bufalare, l’informazione indipendente, la manipolazione istituzionale dell’opinione pubblica e i demistificatori (debunker a caccia di bufale) prosegue sempre più accanita.</div>
</div>
<div class="" data-block="true" data-editor="d9k4f" data-offset-key="cgu3d-0-0">
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="cgu3d-0-0"><span data-offset-key="cgu3d-0-0">In un articolo di <strong>Enzo Pennetta</strong> su “NexusEdizioni.it” (<a href="http://nexusedizioni.it/it/CT/fake-news-siamo-in-guerra-nel-senso-pieno-del-termine-5422" target="_blank">cliccare qui per leggerlo</a>) rileva come <strong>internet</strong> in questi ultimi anni stia ostacolando in modi diversi l’assoluto <strong>monopolio dell’informazione</strong> detenuto da sempre dalle istituzioni pubbliche, presentandosi come il “<strong>nemico numero uno</strong>” per il potere costituito.</span></div>
</div>
<div class="" data-block="true" data-editor="d9k4f" data-offset-key="5048u-0-0">Si parla in particolare delle “<strong>fake news</strong>“, quelle notizie totalmente false che alterano la credibilità di quanto viene diffuso ufficialmente dai media istituzionali o quantomeno controllati dalle istituzioni.</div>
<div class="" data-block="true" data-editor="d9k4f" data-offset-key="5048u-0-0">Delle cosiddette “<strong>bufale</strong>” ne abbiamo parlato recentemente anche noi nel tentativo (purtroppo non sempre riusciamo nel nostro intento di aprire gli occhi alla gente) di chiarire che non bisogna mai credere al primo colpo alle notizie che vengono diffuse in rete, specialmente a quelle rilevate su <strong>Facebook</strong>, ma neanche occorre additarle subito come “bestialità” volte a coinvolgere emotivamente l’attenzione degli utenti dei social. E’ necessario capire prima di tutto quale sia l’effettiva fonte dell’informazione, valutarne l’attendibilità e poi accettare la notizia sempre con il beneficio del dubbio, potremo essere certi della reale consistenza di quanto abbiamo letto solo nei giorni successivi, perché, bufala o no, la verità in gran parte viene sempre a galla, a meno che non si tratti della solita robaccia istituzionale tenuta segreta ai più per gestire “al meglio” il potere.</div>
<div class="" data-block="true" data-editor="d9k4f" data-offset-key="5048u-0-0"></div>
<div class="" data-block="true" data-editor="d9k4f" data-offset-key="5048u-0-0">Ma le “<strong>bufale</strong>” più pericolose non sono certo quelle di natura pseudo-scientifica, paranormale o complottistica (scie chimiche, ufo, apparizioni mistiche ecc.), in questi casi si tratta di effettivi dubbi, generati da chi osserva la realtà in modo più analitico degli altri, che vengono però amplificati e utilizzati come fondamento di veri e propri “castelli in aria” costruiti per il protagonismo o il business commerciale di pochi operatori farlocchi. Certo gli ingenui ci cascano facilmente, ma chi è più avvezzo alle fandonie della rete, e ormai cominciano a essere in tanti, capisce subito come catalogare e archiviare queste notizie nella propria “libreria della conoscenza” e si fa delle grasse risate in merito.</div>
<div class="" data-block="true" data-editor="d9k4f" data-offset-key="5048u-0-0">Le “<strong>fake da guerra psicologica</strong>” sono piuttosto quelle notizie collegate alla “macchina del fango”: dichiarazioni pubbliche mai esternate, pensieri di personaggi pubblici captati nell’etere da politici arrivisti o pseudo-giornalisti da strapazzo, voci di corridoio appositamente alterate per colpire una ben precisa personalità istituzionale, e così via. Calunnie truccate da verità occulte, bufale in abito da sera per manipolare l’opinione pubblica, quindi strumentali alla gestione del potere o a possibili business commerciali sulla rete (pubblicità).</div>
<div class="" data-block="true" data-editor="d9k4f" data-offset-key="5048u-0-0"></div>
<p><strong>Alessandro Benigni, </strong>docente di ruolo di Filosofia e Psicologia<strong> </strong>sostiene: “S<em>e avete l’illusione di potervi esprimere liberamente, sappiatelo: questa illusione è funzionale ad un guadagno, ad un’operazione commerciale. Quindi politica, quindi di potere. Potere che viene esercitato contro di noi da chi, astutamente, resta dietro le quinte dell’intero processo di formazione del pensiero e del consenso. Perché a questo, serve Facebook”.</em></p>
<p>Poi sul sito<strong> “Berlicche” </strong>si legge: “<em>Bene, abbiamo internet. Lo sapete qual è il guaio di internet? Che una fetta enorme di contenuti passa attraverso le mani di pochi. Pensateci un attimo: siete davvero convinti che chi ha il potere possa permettere che le chiavi dell’informazione siano fuori dal suo controllo? — </em><em>I sistemi operativi, quelli che fanno funzionare il vostro computer, sono in mano ad un paio di persone. Cercate un sito, una notizia su internet? Anche qui è dominio di un paio di persone. Avete un account sui social? Chi credete che li possegga? Esatto, un paio di persone. In parecchi casi, le stesse persone. </em><em>Probabilmente, se non sei un addetto ai lavori, non ti rendi conto di quanto sia fragile la libertà della rete. — </em><em>Quel potere di cui dicevo si è accorto che le stava sparando troppo grosse, e molta gente non ci credeva più. Le persone avevano cominciato a rivolgersi ad altri canali, non controllati. Così sta correndo ai ripari. C’è una guerra civile in corso, e si combatte nell’informazione. O meglio nella <strong>disinformazione</strong>, che oggi ha raggiunto livelli parossistici proprio nei media ufficiali. — </em><em>Primo, <strong>convincere che in rete girano un sacco di balle.</strong> Secondo, che occorre fare qualcosa! </em><em>E quindi incaricare “qualcuno” di individuare ed eliminare chi propaga notizie false.</em></p>
<p>Il “diavoletto” Berlicche dunque insinua (e questa potrebbe essere una bufala o una contro-bufala istituzionale) che la eccessiva presenza di notizie false potrebbe essere stata perfino favorita (se non generata) dalle stesse istituzioni per colpire i social e l’intera internet privando, così la rete di quell’autonomia e libertà d’informazione che tanto sta danneggiando il controllo governativo dell’opinione pubblica. Bufale dunque finalizzate a “imbufalire” la libertà di pensiero del web.</p>
<p>Forse sarà anche una cattiveria, sta di fatto che la <strong>Boldrini</strong> ha selezionato quattro personaggi: <em><strong>Paolo Attivissimo</strong>, <strong>Walter Quattrociocchi</strong>, <strong>David Puente</strong> e <strong>Michelangelo Coltelli </strong></em>che  prossimamente potrebbero essere incaricati ufficialmente dal governo di “filtrare” dalla rete i siti diffusori di fake.</p>
<p>Magari l’intento statale è anche sensato (perché le bufale, da qualsiasi parte provengano, hanno proprio rotto le scatole), ma il potere che delega potere sinceramente mi spaventa un po’.</p>
<p>A parte i quattro cognomi (che sinceramente mi sembrano “apocalittici”), non sembra di trovarsi di fronte a gente impreparata: il giornalista informatico <strong>Attivissimo</strong>, per esempio, risulta tale (attivissimo) proprio nel settore delle inchieste su bufale e teorie del complotto. Insieme a <strong>Puente</strong> ha scoperto, per esempio, che:  “<em>molti siti di bufale condividono gli stessi codici e account per mostrare le pubblicità di Google e altri fornitori, che sono la loro principale fonte di ricavo, e creano network con vari account per diffondere più facilmente i loro articoli, sensazionalistici e quasi sempre inventati, e che una di queste reti fa capo a una società con sede a Sofia, in Bulgaria, registrata a nome di un imprenditore italiano. “<strong>Liberogiornale.com</strong>“, per esempio, fa parte di una galassia di <strong>siti bufalari che spesso storpiano in modo ingannevole i nomi di testate giornalistiche molto note,</strong> come “<strong>Ilfattoquotidaino.com</strong>” (non è un refuso: è proprio <strong>quotidaino</strong>), “<strong>News24tg.com</strong>” o “<strong>Gazzettadellasera.com</strong>“. L’intento sembra piuttosto evidente: <strong>ingannare i lettori facendo credere che le notizie pubblicate provengano da testate autorevoli e incassare grazie al traffico pubblicitario derivante dalla frenetica condivisione</strong></em>“.</p>
<p>Insomma dobbiamo aprirci sempre più gli occhi e far funzionare al meglio le nostre capacità ricettive, ciò che ci viene presentato come verità assoluta non è quasi mai tale; i media nazionali sono tutti controllati dal sistema di potere che tende a manipolare l’opinione pubblica a proprio uso e consumo, nel web abbondano siti con testate simili a quelle più conosciute che diffondono notizie false per ricavarne introiti pubblicitari, i social traggono in inganno moltissimi utenti permettendo la condivisione di falsità, il <strong>debunking</strong> nel tentativo di cacciare le bufale potrebbe colpire anche onesti operatori della libera informazione e chi grida “alla bufala, alla bufala!”, come nella celebre storiella di “Al lupo, al lupo!”, potrebbe finire col digerire scempiaggini a centinaia rischiando di non credere più alla più evidente delle verità.</p>
<p>Siamo proprio messi bene nell’era dell’<strong>iper-informazione</strong>!</p>
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		<title>Nell’era dei tagli, ecco i “tagliatori di testi” sui social</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/nellera-dei-tagli-ecco-i-tagliatori-di-testi-sui-social/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2017 07:42:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nell’era della comunicazione globale i controsensi delle abbreviazioni, dei twitt, degli emoticon e]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’era della <strong>comunicazione globale</strong> i controsensi delle <strong>abbreviazioni</strong>, dei <strong>twitt</strong>, degli <strong>emoticon</strong> e della <strong>brevità forzata</strong> nel linguaggio scritto e parlato, stanno tagliando gran parte della nostra capacità di espressione, proprio come l’uso smodato dell’inglese nel nostro Paese sta distruggendo la lingua italiana.<span id="more-8333"></span></p>
<p>Vi riportiamo alcuni degli esempi più comuni, chi di voi non ha già letto su <strong>Facebook</strong>, <strong>Whatsapp, Messenger</strong> o nelle <strong>Chat, </strong>parolette “singhiozzate” come queste?</p>
<ul>
<li>“<strong>rip</strong>“: per dire “riposi in pace” (<em>quella che appare la più cinica e irriverente, soprattutto perché rivolta a un essere umano defunto</em>)</li>
<li>“<strong>npl</strong>” : per indicare i “crediti deteriorati” o le “sofferenze bancarie” (<em>non performing loans)</em></li>
<li>“<strong>raga</strong>” : per invocare i propri amici (<em>ragazzi</em>)</li>
<li>“<strong>cmq</strong>” : per comunque, una parola che nelle chat è considerata lunghissima</li>
<li>“<strong>x</strong>” : per non scrivere “per”</li>
<li>“<strong>cn</strong>“: contrazione di “con” – certo un gran bel risparmio!</li>
</ul>
<p>Ma poi ci sono le espressioni tipiche dei <strong>nerd</strong> :</p>
<ul>
<li><strong>10X</strong> o <strong>10Q</strong>:  per ringraziare (dall’inglese “<em>thanks</em>” (10 = <em>ten</em>, x = <em>ks</em>) o “<em>thank you</em>” (10 = <em>ten</em>, q = <em>kyou</em>).</li>
<li><strong>2</strong>: per scrivere “anche” o “pure” (dall’inglese <em>“too”) – </em>quindi per scrivere “anch’io”<em> (me too) </em>si adopera “<strong>me 2</strong>″</li>
<li><strong>2H</strong>: per indicare “arma a due mani” (abbreviazione di “<em>two hands</em>“)</li>
<li><strong>4</strong> : abbreviazione di “per” (dall’inglese “<em>for</em>”). Quindi “<strong>4life</strong>” (for life, per la vita), oppure “<strong>4ever</strong>” (for ever, per sempre), “<strong>4u</strong>” (for you, per te)</li>
<li><strong>LOL</strong> : per indicare “un sacco di risate” (acronimo dall’inglese <em>laughing out loud</em> o <em>lots of laughs</em>, “sto ridendo sonoramente”)</li>
</ul>
<p>Ma ce ne sono migliaia, impossibile indicarle tutte in quest’articolo.</p>
<p>La comunicazione totale, invece di espandere linguaggi e contenuti, ha dilatato esclusivamente le tecniche di diffusione e la massa degli utenti coinvolti, peggiorando però enormemente la qualità dell’informazione, sia nella sostanza che nelle forme stesse di espressione.</p>
<p>Oggi sui social non si dialoga, piuttosto si “cinguetta”, si singhiozza, si balbettano acronimi, si tendono a sillabare solo pezzi delle parole necessarie rendendo i testi sempre più simili a serie infinite di <strong>codici fiscali</strong>, sacrificando tante innocenti vocali che, pur non avendo fatto alcun male a nessuno, vengono elise spietatamente, troncate e massacrate sull’altare del “<strong>linguaggio universale</strong>” che tale non sarà mai, perché sempre più precluso alle masse restando nella conoscenza dei pochi “creativi” che l’hanno generato.</p>
<p>In tutto questo accorciare, abbreviare, sintetizzare scriteriatamente, spesso non si ci comprende, si alterano le corrette percezioni dei toni espressivi, che solo con i giusti giri di parole possono essere adeguatamente descritti. Per questo i moderni “<strong>tagliatori di testi</strong>” hanno inventato gli “<strong>emoticon</strong>“, faccette o in genere piccole icone, incaricate di indicare stati emotivi o specificare contesti che gli abusi delle abbreviazioni fanno inevitabilmente sparire.</p>
<p>Ma a questo punto, considerando che siamo nell’età digitale e che il linguaggio dei computer, che a breve domineranno il mondo intero, è basato sul <strong>codice binario</strong> composto dai soli due elementi “<strong>1</strong>” e “<strong>0</strong>“, perché non parliamo o scriviamo anche noi nello stesso modo?  Eviteremmo così anche gli sforzi mentali che facciamo oggi per abbreviare le parole, privandole magari solo di una o due vocali o di qualche consonante. Dialogando direttamente in forma digitale, con l’ausilio degli emoticon, potremmo evitare tutti quegli inutili sforzi che facciamo tutti i santi giorni sui social per “risparmiare” pezzi di parole e inventare sempre più nuove abbreviazioni.</p>
<p>Se, per esempio, ai tempi di <strong>Dante Alighieri</strong> fossero già esistiti il <strong>codice binario</strong> e<strong> gli emoticon</strong>, il sommo poeta avrebbe scritto la sua “<strong>Divina Commedia</strong>” così:</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-3133 alignleft" src="http://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia.jpg" alt="divinacommedia" width="979" height="79" srcset="https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia.jpg 979w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia-300x24.jpg 300w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia-768x62.jpg 768w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia-800x65.jpg 800w" sizes="(max-width: 979px) 100vw, 979px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Senza alcun dubbio il grande poema risulterebbe più attuale, tecnologico, pittoresco e sintetico, ma non vi sembra che manchi sempre qualcosa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il brutto della diretta</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/il-brutto-della-diretta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Feb 2017 18:26:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Assistiamo ogni giorno su Facebook a centinaia di dirette video, che poi si trasformano in registrazioni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Assistiamo ogni giorno su Facebook a centinaia di dirette video, che poi si trasformano in registrazioni storicizzate a futura memoria, che definire patetiche potrebbe sembrare un eufemismo. Perché si è generato questo fenomeno nonostante la indubbia validità di questo nuovo strumento informatico? Il problema sta nel caos indotto dalla saturazione.<span id="more-8132"></span></p>
<p>E’ una regola che vale per tutto. Quando a metà degli anni settanta dello scorso secolo nacque il fenomeno delle “radio libere” (<em>inizialmente chiamate radio pirata</em>) la RAI, che aveva il monopolio delle radio-trasmissioni, inizialmente lottò per tornare ad avere l’esclusiva facendo chiudere e sequestrare dalla vigilanza della Polizia Postale tutte le radio private via via che iniziavano a trasmettere.</p>
<p>Poi qualcuno con la “vista lunga” disse: “lasciateli fare, vedrete che si distruggeranno da soli”. E fu realmente così; in ogni quartiere di ogni città italiana sorsero radio libere a migliaia, facendosi la guerra da sole.</p>
<p>Dopo un breve periodo di stentato “galleggiamento” fra le onde radio metropolitane, le emittenti libere saturarono i bacini di utenza; erano diventate proprio <strong>troppe</strong> e così iniziarono ad affondare senza trovare più pubblicità per sopravvivere, contenuti validi e diversi da programmare, facendosi pure perseguitare dalla <strong>Siae</strong> per i diritti d’autore sui brani musicali, divenuti l’unica fonte di materiale da trasmettere.</p>
<p>Si ridimensionarono inevitabilmente in questa assurda guerra fra poveri, e la Rai tornò a spadroneggiare.</p>
<p>Oggi con i social sembra proprio la stessa cosa. <strong>Ogni utente vuole essere regista, attore, giornalista, editore, anchorman, presentatore ecc. ecc</strong>.; la diretta Facebook, che dovrebbe riguardare solo coloro che ne hanno realmente le capacità per utilizzarla, è diventata uno strumento sprecato nelle mani di centinaia di migliaia di <strong>malati di protagonismo</strong>, a tutto danno di chi invece avrebbe tanto da dire e che non viene invece seguito come merita.</p>
<p>La <strong>presunzione</strong> e la <strong>vanità</strong> della massa popolare uccide i meriti dei singoli appiattendo tutto su un livello di <strong>mediocrità</strong> ancora più basso di quello dell’epoca <strong>pre-digitale</strong>; ma la cosa più grave è il notevole successo che alcuni fra i più scadenti e demenziali protagonisti di queste “dirette” (<em>così</em> <em>come le chiamano loro, Facebook parla di live-streaming</em>) riescono a ottenere. Video pieni di luoghi comuni, doppi sensi, linguaggio sgrammaticato e scurrile e soprattutto <strong>totalmente inutili</strong> registrano altissimi indici di “apprezzamento”, tanto da far guadagnare persino gli stessi strampalati autori di queste “caricature” di servizi giornalistici. D’altra parte non potrebbero piacersi se non si rassomigliassero, come dice un altro celebre luogo comune.</p>
<p>Per “crescere” dobbiamo capire innanzitutto cosa sia l’<strong>umiltà</strong>, prendendo coscienza dei nostri <strong>limiti</strong> e della <strong>reale qualità dell’informazione</strong> che ci giunge dai social e dai media, ma per poter fare tutto questo occorre possedere almeno un discreto livello di intelligenza.</p>
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		<title>Attenti alle bufale sulle bufale</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/attenti-alle-bufale-sulle-bufale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 19:54:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fate un po’ come volete, per carità! Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma credo sia corretto,]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="" data-block="true" data-editor="4ncc1" data-offset-key="7dq0r-0-0">
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="7dq0r-0-0"><span data-offset-key="7dq0r-0-0"><span data-text="true">Fate un po’ come volete, per carità! Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma credo sia corretto, nei confronti degli amici e di chi ci sta intorno senza atteggiamenti antagonistici, far rilevare certe anomalie che sembrano passare inosservate nell’enorme flusso di informazioni che giornalmente ci travolge sia sul web, con i social network in particolare, sia tramite i media nazionali.</span></span></div>
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<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="6phfb-0-0"><span data-offset-key="6phfb-0-0"><span data-text="true">Interpretatelo solo come un consiglio utile a scorgere certa presupponenza che talvolta nasconde, magari solo in parte, la verità sugli eventi contemporanei.</span></span></div>
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<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="6204t-0-0"><span data-offset-key="6204t-0-0"><span data-text="true">La “moda” delle <strong>BUFALE</strong>, intese come notizie false accreditate come verità nascoste alla massa popolare, è purtroppo un fenomeno molto diffuso, specialmente sui social.</span></span></div>
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<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="be2aj-0-0"><span data-offset-key="be2aj-0-0"><span data-text="true">Viviamo in un’epoca in cui il primo cretino che si “inventa” qualcosa che possa stupire e fare clamore trova facilmente gli strumenti necessari a divulgarla; esempi ce ne sono tantissimi e non sto qua a riassumerli, ma basti pensare agli schiaffi dati a caso per strada ai passanti (l’hanno chiamata “<em>knockout game</em>“), o a quella che <strong>Saviano</strong> ha battezzato “<em>macchina del fango</em>“, tecnica infame utilizzata per colpire avversari politici, colleghi in carriera o competitor di qualsiasi tipo.</span></span></div>
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<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="4qgrg-0-0"><span data-offset-key="4qgrg-0-0"><span data-text="true">Ma queste “<strong>mode</strong>“, perché di vere e proprie mode si tratta, sono spesso contrastate da fenomeni in totale controtendenza, ma che di “<strong>tendenza</strong>” pur sempre risultano.</span></span></div>
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<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="ap5q1-0-0"><span data-offset-key="ap5q1-0-0"><span data-text="true">Attenti dunque a non credere subito e d’istinto a certe “<strong>segnalazioni</strong>” che girano su <strong>Facebook</strong> o sui siti web, ma non fidatevi con altrettanta superficialità, di tutti coloro (<strong>e ormai ce ne sono tantissimi</strong>) che vedono “<strong>bufale</strong>” dovunque scatenandosi con commenti più o meno coloriti contro altri utenti dei social, magari con lo stesso intento di stupido “<strong>protagonismo</strong>” che ha ispirato gli autori delle presunte bufale.</span></span></div>
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<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="ejnn6-0-0"><span data-offset-key="ejnn6-0-0"><span data-text="true">Dando eccessivo credito a questi “<em><strong>cacciatori</strong> di bovini inverosimili</em>” rischiamo poi di non credere più a certi inganni che si celano realmente dietro la nostra vita quotidiana; finiremmo, come nella celebre storiella di “<strong><em>a lupo, a lupo!</em></strong>“, a non comprendere più che qualcuno ci sta veramente prendendo in giro, che siamo vittime di oscuri tranelli mascherati appunto da bufale alle quali non bisogna credere assolutamente.</span></span></div>
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<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="1mvb1-0-0"><span data-offset-key="1mvb1-0-0"><span data-text="true">Ripeto, è solo un consiglio, ma prima di condividere e divulgare panzane, o presunte tali, cercate in qualche modo di documentarvi, siano esse <strong>bufale</strong> che <strong>anti-bufale</strong> … ragazzi! Gli “occhiali” ormai stanno diventando obbligatori, sostituiamoli subito al prosciutto che ci hanno messo sugli occhi.</span></span></div>
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