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	<title>mi+piace &#8211; il blog di Sergio Figuccia</title>
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	<description>Archivio attività artistica &#38; Opinionismo personale</description>
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	<title>mi+piace &#8211; il blog di Sergio Figuccia</title>
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		<title>Mi piace o non mi piace, questo è il problema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 May 2017 07:55:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Home]]></category>
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					<description><![CDATA[Purtroppo non risulta molto chiara alla massa degli utenti che la sfera delle reazioni e delle interazioni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Purtroppo non risulta molto chiara alla massa degli utenti che la sfera delle reazioni e delle interazioni sui social network è del tutto simile a quella che avviene al di fuori della rete.<span id="more-8478"></span></p>
<p>Il fatto di postare qualcosa sul proprio diario o sulla propria pagina non vuol dire assolutamente che a ogni pubblicazione debba corrispondere un numero di likes pari o proporzionale al numero dei collegamenti acquisiti all’interno del social (<em>i cosiddetti “amici”</em>).</p>
<p>Già il modo stesso con il quale viene generato nel tempo il proprio numero di <strong>follower</strong> (<em>amici, amici degli amici, semplici conoscenti, amici di semplici conoscenti … e così via</em>) la dice lunga sulla reale consistenza numerica di chi ci segue realmente, così come nell’ambito della nostra società reale conosciamo tantissime persone ma di queste solo poche sono sinceramente legate alle vicende della nostra vita.</p>
<p>A questo dobbiamo aggiungere che, per quanto alto possa essere il numero dei nostri “<strong><em>amici</em></strong>” sul diario di <strong>Facebook</strong>, fra di essi, <strong>INEVITABILMENTE</strong>, saranno sempre presenti:</p>
<ul>
<li><strong>quelli che mettono il “mi piace” solo sui post frivoli e dilettevoli</strong> (<em>cani che ballano, gatti che fanno le capriole, uccelli canterini, gente che cade ecc</em>.);</li>
<li><strong>quelli che non vogliono darti “importanza” anche se ti visualizzano sempre sulla loro home</strong>;</li>
<li><strong>gli ipocriti, che fingono di seguirti ma che, in realtà, di te non gliene frega proprio nulla e, dopo qualche like, si aggregano alla categoria precedente</strong>;</li>
<li><strong>quelli che contestano qualsiasi cosa, anche l’ovvietà, e che neanche pagati sono disponibili a concederti il “piacere” di prenderti in considerazione. </strong>Questi utenti, che spesso adoperano un linguaggio scurrile ricco di parole tronche e abbreviazioni infantili, sono chiamati tecnicamente “<strong>troll</strong>” e, proprio come i personaggi delle tradizioni popolari scandinave (<em>vedere anche il “<strong>Signore degli Anelli</strong>“</em>) sono veri e propri <strong>disturbatori</strong>, sfruttati anche da certi partiti politici per “colpire” gli avversari.</li>
<li><strong>quelli che non leggono, per cocciutaggine costituzionale e ignoranza cronica, i post o i commenti troppo lunghi ritenendo la brevità un valore aggiunto, </strong>mentre si sa benissimo che certi concetti complessi necessitano di un certo numero di parole per essere ben compresi e non far cadere i lettori in equivoci e fraintendimenti (<em>lo stesso social network <strong>Twitter</strong>, celebre proprio per i limiti dei caratteri imposti nei suoi post, è tornato indietro su questa scelta e sulla sua originaria policy in tal senso</em>);</li>
<li><strong>quelli che non partecipano attivamente al dibattito nei social, per non rischiare critiche e in genere per non esporsi, ma che studiano quotidianamente ciò che fanno o scrivono tutti gli altri che conoscono</strong>; questi sono chiamati “<strong>guardoni</strong>” e risultano forse i più detestabili perché si muovono fra l’ignavia patologica e la perversa curiosità.</li>
<li>infine ci sono<strong> quelli che frequentano saltuariamente i social e non ne conoscono bene le dinamiche, </strong>visionano pochi post degli amici e, anche volendosi inserire nel dibattito, non sanno neanche cosa scrivere.</li>
</ul>
<p>Insomma nei social c’è la stessa variegata “fauna” che incontriamo per strada o che ci vive accanto giornalmente con le proprie personalissime convinzioni.</p>
<p>Certi <strong>studi scientifici</strong> hanno dimostrato che quando postiamo qualcosa sui social generiamo un rilascio di <strong>dopamina</strong> attivando una specifica area del cervello che ci da una sorta di piacere legato all’<strong>ILLUSIONE</strong> di essere popolari.</p>
<p>E ciò, purtroppo, genera <strong>dipendenza</strong> e talvolta <strong>delusione o depressione</strong> se prendiamo coscienza della futilità di quello che facciamo o dell’abbaglio che abbiamo preso nel ritenerci celebrità del web.</p>
<p>Ci sono utenti che non ottengono “<strong>like</strong>” in quasi tutti i loro post, pur avendo un numero elevato di <strong>follower </strong>e proponendo sempre dibattiti o problematiche interessantissimi. A loro non interessano minimamente questi “dati statistici” di <strong>gradimento fittizio </strong>la cui eventuale assenza costituisce solo un <strong>falso problema</strong> del quale è opportuno disinteressarsi totalmente, l’importante è invece proporre <strong>cose intelligenti e utili alla collettività</strong>, frivolezze e banalità, per quanto popolari possano risultare nel breve termine, alla fine cadono inesorabilmente nel “dimenticatoio” e nell’indifferenza totale.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Facebook: la banalizzazione di tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2015 10:38:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libera-mente]]></category>
		<category><![CDATA[Questa folle società]]></category>
		<category><![CDATA[aggregazione]]></category>
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					<description><![CDATA[L’avvento dei social network è stato interpretato dalla massa popolare dell’intero pianeta come]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’avvento dei <strong>social network</strong> è stato interpretato dalla massa popolare dell’intero pianeta come la più grande ventata di indipendenza nella storia dell’intera umanità.<span id="more-2988"></span><span id="more-5684"></span></p>
<p>Ogni essere umano dotato di computer ha ritenuto infatti, semplicemente registrandosi su <strong>Facebook</strong>, di essersi trasformato in <strong>editore</strong> di se stesso, <strong>scrittore</strong>, <strong>giornalista</strong> freelance, <strong>opinionista</strong>, <strong>giudice</strong> qualificato, in piena libertà e, soprattutto, senza spendere un centesimo.</p>
<p>In minima parte è anche vero, ma è nelle “<strong>dimensioni</strong>” la vera differenza, come dire che ogni uomo possa ritenersi potenzialmente un <strong>Rocco</strong> <strong>Siffredi</strong> pur avendo prerogative fisiche del tutto <strong>standard</strong>.</p>
<p>La vera forza divulgativa dei social network, a parte la pubblicità (<em>chissà fino a che punto disinteressata</em>) che attualmente stanno facendo in loro favore le televisioni  pubbliche e private, sta proprio nell’<strong>aggregazione</strong>, nella <strong>capacità di raggruppare utenti,</strong> di generare “<strong>unioni</strong>”, di mettere sotto un’unica “etichetta” tantissima gente con uguali intenti o simili affinità.</p>
<p>La massiva <strong>divulgazione</strong> dei dati pubblicati (<em>o “postati” come si dice convenzionalmente</em>) è diventata certamente la vera pietra miliare della <strong>comunicazione</strong>, ma non è assolutamente ciò che molti utenti sono convinti che sia, perché presentarsi “<strong>da soli</strong>” non serve a nulla e si resta “isolati” pressoché come prima.</p>
<p>Chi accede al proprio spazio personale su un social network, per fare un esempio, o alla sua pagina gestita in qualità di amministratore, non si espone immediatamente di fronte a una <strong>platea globale,</strong> come sono convinte purtroppo molte persone, ma inizialmente si trova proprio solo con se stesso, come quando si osserva di fronte lo specchio del proprio bagno, piano piano dovrà dunque costruirsi un suo “<strong>pubblico</strong>”, quelli che il social network “<strong>Facebook</strong>” chiama più semplicemente “<strong>amici</strong>”.</p>
<p>Col tempo, e in base alle effettive conoscenze in campo “<strong>reale</strong>” (<em>senza coinvolgere gente sconosciuta perché ciò è severamente vietato dalla policy di Facebook</em>), questa platea comincia a diventare sempre più grande, ma il nostro pubblico resterà sempre nell’ordine di grandezza del numero delle nostre <strong>effettive relazioni sociali</strong>.  Quindi se vogliamo fare i “<strong>predicatori</strong>” o gli <strong>opinionisti</strong> in termini più ampi e più prossimi al “globale”, dobbiamo scegliere altri canali o aggregarci in gruppi “<strong>virali</strong>” che possono invece espandersi <strong>esponenzialmente,</strong> proprio per la loro capacità di attingere contemporaneamente ai “<strong>bacini di utenza</strong>” di ogni singolo componente del gruppo che agisce da <strong>fattore moltiplicativo della diffusione</strong>.</p>
<p>In poche parole, chi si sente un <strong>padreterno</strong> solo perché è iscritto a Facebook e <strong>pubblica le proprie idee sul suo diario</strong> senza avere tuttavia una <strong>platea sufficiente</strong>, è come se “parlasse da solo” o se tentasse, “<strong>pescando</strong>” nel proprio acquario, di catturare<strong> attenzione oceanica</strong>.</p>
<p>Anche i numeri dei commenti o dei  “<strong>mi piace</strong>” sui post di una determinata pagina possono facilmente trarre in inganno. Intanto i commenti per essere “<strong>validi</strong>” devono risultare coerenti al tema proposto nel relativo articolo e qualitativamente <strong>efficaci</strong> al dibattito; inoltre le “risposte” ad un commento andrebbero inserite sotto al relativo commento, non come ulteriore intervento, perché una eventuale replica alla replica trasformerebbe il “campo-commenti” in un “<strong>campo</strong>” da tennis o in un tavolo di ping pong (<em>quindi con due o 4 giocatori al massimo</em>)  invece che di un tavolo di discussione multipla.</p>
<p>Poi, una pagina con soli <strong>50 iLike</strong> che però rispondono tutti e con regolarità ad ogni post, <strong>non è comunque paragonabile</strong>, come potenzialità ed effettiva forza di divulgazione, a una pagina con <strong>10.000 fan, </strong>anche se in massima parte <strong>leggono solo senza intervenire </strong>(<em>modalità detta “<strong>silenziosa</strong>“, ultimamente molto utilizzata, anche se va in senso contrario allo spirito di una comunità virtuale dove i “<strong>guardoni ignavi</strong>” che <strong>rifiutano il confronto</strong> o per alterigia o per atavica scadente autostima, non sono di certo benvoluti</em>) .</p>
<p>Insomma i social network sono giganteschi “<strong>recipienti</strong>” stracolmi di dati, e il massiccio utilizzo di questi strumenti, senza un minimo di conoscenza specifica del loro funzionamento, serve a ben poco e resta un’attività “<strong>fine a se stessa</strong>“; certo “<strong>chi si accontenta gode</strong>“, e coloro che si avvalgono dei social in ambiti ristretti illudendosi invece di “<strong>parlare</strong>” col mondo, non si pongono alcun <strong>dubbio in merito alla reale efficacia di questo loro impegno</strong>, ma in fondo: “<strong>contenti loro, contenti tutti</strong>“.</p>
<p>Ben altra cosa è invece l’aggregazione, l’inserimento in qualità di “<strong>follower</strong>” (<em>sostenitore</em>) all’interno di entità già costituite che hanno raccolto nel tempo <strong>ampio consenso popolare</strong>. In quest’ultimo caso la <strong>visibilità</strong> degli interventi è certamente da rapportare ai grandi numeri, non alla solita, monocorde e circoscritta <strong>cerchia di “amici”</strong>…. ma, in questa eventualità, viene a mancare l’<strong>autoesaltazione</strong> <strong>da protagonismo puro </strong>di cui sopra, quella <strong>mera illusione</strong> di essere al centro dell’<strong>attenzione globale</strong> per la propria essenza diretta, magari per aver iniziato una discussione con un post provocatorio all’interno di un proprio spazio esclusivo, dove il “<strong>titolare</strong>” ufficiale è il “<strong>padrone assoluto</strong>” che ha il potere di <strong>accogliere o cancellare i propri seguaci</strong>, quasi che quel diario fosse un <strong>castello feudale</strong> in cui il “<strong>signore</strong>” regna sovrano; un potere virtuale dunque, ma pur sempre un “<strong>potere</strong>” da opporre a quello, ben più reale e oppressivo, che si subisce passivamente da cittadini, contribuenti e uomini del popolo.</p>
<p>Quantità immense di foto, video, immagini di opere d’arte, brani letterari vengono <strong>postati giornalmente in un turbinio pirotecnico di dati informatici</strong> che “dura” meno di un giorno, se non persino poche ore. Poi tutto viene <strong>fagocitato</strong> dagli archivi dei social network in funzione delle varie date e ore di pubblicazione; tutto va <strong>in coda</strong>, su <strong>fondo pagina</strong>, dentro i tasti degli anni precedenti, in un enorme <strong>guazzabuglio</strong> che fa sparire “<strong>il tutto</strong>“, pur mantenendolo in una sorta di “<strong>coma farmacologico</strong>” nei <strong>bassifondi virtuali</strong> dei social network.</p>
<p>Non parliamo poi degli “<strong>eventi</strong>“, tutto ciò che implica coinvolgimento dei gruppi di amici, magari per festeggiare un semplicissimo compleanno, o per celebrare la vittoria in un torneo di burraco, viene trasformato in “<strong>EVENTO</strong>“.</p>
<p>Prima un “evento” era una circostanza attesa e auspicata sia dai relativi protagonisti, sia da folte schiere di pubblico; oggi viene invece <strong>banalizzato</strong> e <strong>annichilito</strong> da una serie infinita di <strong>iniziative personali</strong> di dubbio interesse popolare e di discutibile qualità.</p>
<p><strong>Diventa evento</strong> (<em>scusate il gioco di parole</em>) persino la caduta del primo dentino di nostro figlio, certamente un momento storico per noi genitori, ma di sicuro non il più importante degli <strong>appuntamenti mondani</strong> per lo zio della cognata del consuocero del nostro panettiere di fiducia, anche se risulta nell’elenco dei nostri “<strong>amici</strong>” fin da quando ci siamo registrati per la prima volta su Facebook.</p>
<p>Ogni evento sparisce nel <strong>pubblico oblio</strong> già il giorno stesso della sua inaugurazione, spazzato via dal “<span style="text-decoration: underline;"><strong>vento elettronico</strong></span>” dei <strong>massicci flussi informatici successivi</strong> … e forse, chissà, proprio per questo viene chiamato “<strong>e-vento</strong>”.</p>
<p>I social, con i loro automatismi e i loro “canti da sirene”, ci stanno “massacrando” la personalità, illudendoci di essere sempre grandissimi protagonisti della vita pubblica,  ma mantenendo invece pressoché inalterati i nostri rapporti sociali, conquistati senza l’uso del pc.</p>
<p>Per utilizzarli dunque nel migliore dei modi e per esaltarne la <strong>indubbia valenza</strong>, dovremmo considerarci meno “protagonisti” e più disponibili ad appartenere a una comunità, accantonando possibilmente l’inconfessato desiderio egocentristico di essere al centro dell’attenzione di tutti … <strong>nei</strong> <strong>social network</strong> <strong>non servono né i leader né i capitani di ventura,</strong> <strong>almeno lì conta il popolo</strong>.</p>
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