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	<title>twitter &#8211; il blog di Sergio Figuccia</title>
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	<description>Archivio attività artistica &#38; Opinionismo personale</description>
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		<title>Il sole digitale dei tuttologi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2020 09:23:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; Chi stravede per la&#160;tecnologia&#160;si prepari ad “abbracciare” il futuro prospettato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-3814" src="http://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2020/05/tecnologia_ipnotizzante.jpg" alt="" width="600" height="365" srcset="https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2020/05/tecnologia_ipnotizzante.jpg 600w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2020/05/tecnologia_ipnotizzante-300x183.jpg 300w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2020/05/tecnologia_ipnotizzante-445x271.jpg 445w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chi stravede per la&nbsp;<strong>tecnologia</strong>&nbsp;si prepari ad “abbracciare” il futuro prospettato da questa vignetta.</p>
<p>Chi l’avrebbe mai detto, a metà degli anni ’90 del secolo scorso, che nell’inizio del terzo millennio la&nbsp;<em><strong>tecnologia&nbsp;</strong></em>potesse soppiantare a tal punto l’attività umana da potersi paragonare alla&nbsp;<strong><em>stella</em>&nbsp;</strong>di un&nbsp;<strong>sistema solare</strong>&nbsp;i cui pianeti costituiscono l’intera umanità? Tutto infatti gira ormai intorno all’<strong>informazione digitale</strong>, un vero e proprio&nbsp;<strong>sole</strong>&nbsp;che illumina certamente, ma carpisce anche una buona parte della nostra energia vitale annullando e rendendo inutile tutta una serie di attività psico-fisiche che fino a oggi hanno distinto l’essere umano da quello animale.</p>
<p>Abbiamo perso da tempo l’intimità e la&nbsp;<strong>privacy</strong>, ma anche certa manualità, buona parte della creatività, in molti casi anche il lavoro, sempre più affidato alle macchine e ai computer. Si parla sempre più spesso di&nbsp;<em><strong>intelligenza artificiale</strong></em>, ennesimo furto subito dall’uomo, colpito stavolta proprio nella sua dote principale, l’intelligenza appunto, che lo ha da sempre caratterizzato sulla Terra rispetto a tutti gli altri esseri viventi.</p>
<p>La&nbsp;<strong>tecnologia</strong>, partorita dagli esseri umani, doveva essere nelle intenzioni iniziali solo uno&nbsp;<strong>strumento</strong>, ma purtroppo, superando abbondantemente quel limite che ne permetteva il controllo, è riuscita a trasformare il suo creatore in un suo schiavo. La stella che brilla nel firmamento informatico&nbsp;tende a&nbsp;<em><strong>bruciare</strong>&nbsp;</em>del tutto l’essenza umana, facendola evaporare in una tristissima nuvola di oscuro fumo inerte.</p>
<p>Anche la&nbsp;<strong>società</strong>&nbsp;viene lentamente distrutta dal suo interno, i&nbsp;<strong>rapporti interpersonali</strong>&nbsp;sono ridotti in troppi casi a semplici&nbsp;<strong>messaggini testuali</strong>, resi ancora più insulsi dalla&nbsp;<strong><em>moda</em></strong>, introdotta da un&nbsp;<strong>social network</strong>&nbsp;in particolare, di limitare a pochi caratteri qualsiasi&nbsp;<strong>comunicazione</strong>, anche la più complessa; facile immaginare i milioni di cortocircuiti comunicativi fra persone che non si sanno esprimere già a voce, figuriamoci con sintetiche frasi scritte in fretta su un’apparecchiatura lunga pochi centimetri.</p>
<p>L’ignoranza delle masse si maschera da&nbsp;<strong><em>falsa cultura popolare</em></strong>&nbsp;attingendo di continuo, proprio tramite l’alta tecnologia che ne permette il più facile accesso, all’immensa banca dati della&nbsp;<strong>rete</strong>&nbsp;che costituisce l’intero&nbsp;<strong>scibile umano</strong>. Quindi la&nbsp;<strong>conoscenza</strong>, prima circoscritta a determinate fasce sociali (<em>insegnanti, scienziati, studiosi, letterati ecc.</em>), oggi viene&nbsp;<strong>vantata</strong>&nbsp;da chiunque sia in possesso di un semplice cellulare.</p>
<p>Tutti noi siamo diventati geni, creativi, professori, registi, sapienti, critici, giornalisti, scienziati e&nbsp;<em><strong>dottori in tuttologia</strong></em>, la materia più completa e articolata che mai si sia studiata su questo stranissimo Pianeta. Sappiamo bene che in realtà si tratta di un gigantesco&nbsp;<strong>bluff</strong>, di una sciocca&nbsp;<strong>millanteria</strong>&nbsp;che non ha alcun fondamento qualificato nella nostra reale&nbsp;<strong>cultura di base</strong>, tuttavia ci piace troppo strombazzare al vento, sui social, ma anche nei nostri rapporti interpersonali, tutto quello che possiamo trovare durante le nostre continue consultazioni di&nbsp;<strong>Google,&nbsp;</strong>di&nbsp;<strong>Wikipedia,&nbsp;</strong>o magari dei tanti&nbsp;<strong>blog</strong>&nbsp;che allevano&nbsp;<em><strong>bufale</strong>&nbsp;</em>come fossero fattorie della Campania.</p>
<p>Oltre che&nbsp;<strong>schiavi della tecnologia</strong>, ora siamo diventati anche arroganti e stupidi portatori di&nbsp;<strong>presunzione globale</strong>.</p>
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		<item>
		<title>Dai segnali di fumo al codice binario</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/dai-segnali-di-fumo-al-codice-binario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Sep 2018 08:08:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nel suo film “Palombella rossa“, del lontano 1989, Nanni Moretti diceva: “Come parla? Le parole]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="linkedin_share_container"></div>
<p>Nel suo film “<em><strong>Palombella rossa</strong></em>“, del lontano 1989, <strong>Nanni Moretti</strong> diceva: “<em>Come parla? Le parole sono importanti</em>“; purtroppo quella perla cinematografica non è stata in alcun modo ascoltata, e forse non è stata mai compresa dalla grande massa degli italiani.<span id="more-9831"></span></p>
<p>La disgrazia della “moda” orrenda di deformare le parole o di “risparmiarle”, come si faceva una volta nei telegrammi per pagare di meno all’ufficio postale, oggi è controversa, inutile e contraddittoria in un’epoca consacrata alla comunicazione totale e globale.</p>
<p>Che senso ha scrivere pezzetti di parole, eliminando le vocali come si fa nei codici fiscali, rischiando di non farsi capire e di perdere ancora più tempo nel rilanciare altri messaggi solo per chiarire il contenuto dei precedenti “non recepiti” correttamente dagli interlocutori?</p>
<p>Parole che sembrano sigle di aziende o di società per azioni, frasi storpiate e monche che somigliano più alle serie di singhiozzi ritmici emessi da un ubriaco. Parole che sono veri e propri “insulti” alla lingua nazionale. Non occorre fare esempi, basta che diate un’occhiata a quello che scrivete e che vi scrivono sulla famosa applicazione <strong>WhatsApp</strong>.</p>
<p>Ma i social non sono da meno. <strong>Twitter</strong> inizialmente aveva messo pure un limite al numero di parole da poter utilizzare in ogni post pubblicato, poi, fortunatamente, ha compreso che la <strong>sintesi </strong>dialettica non è un valore aggiunto, piuttosto un <strong>limite comunicativo</strong>, e così ha abolito questo inutile “muro” informatico accettando post ben più corposi.</p>
<p>Con il superfluo utilizzo indiscriminato di termini inglesi e la citata aberrazione della sintesi nei contenuti dei post online e dei messaggi telefonici, tanta gente sta perdendo l’uso del corretto linguaggio italiano e tende inesorabilmente a tornare indietro nel tempo; nell’era della comunicazione globale ci si ritrova a esprimersi con modalità simili a quelle del vecchio <strong>telegrafo</strong> che utilizzava <strong>codici</strong> proprio come il celebre <strong>Codice Morse</strong>. D’altra parte la stessa base dell’intero sistema informatico mondiale e dell’<strong>era digitale,</strong> che stiamo vivendo, è il <strong>codice binario</strong> che utilizza solo due elementi: l’<strong>1</strong> e lo <strong>0</strong>, proprio come i vecchi segnali di fumo dei pellerossa americani. Insomma in questo settore il progresso, trascinato dalla tecnologia commerciale e scriteriata, sembra la metafora di un treno che corre in retromarcia e che, passando da splendidi periodi realmente consacrati alla cultura più elevata, ci sta portando indietro nel tempo, annullando tutto quello che la storia ha regalato alla razza umana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-3361" src="http://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni.jpg" alt="" width="1797" height="1663" srcset="https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni.jpg 1797w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni-300x278.jpg 300w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni-768x711.jpg 768w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2018/09/evoluzione_delle_comunicazioni-800x740.jpg 800w" sizes="(max-width: 1797px) 100vw, 1797px" /></p>
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		<title>Mi piace o non mi piace, questo è il problema</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/mi-piace-o-non-mi-piace-questo-e-il-problema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 May 2017 07:55:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Purtroppo non risulta molto chiara alla massa degli utenti che la sfera delle reazioni e delle interazioni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Purtroppo non risulta molto chiara alla massa degli utenti che la sfera delle reazioni e delle interazioni sui social network è del tutto simile a quella che avviene al di fuori della rete.<span id="more-8478"></span></p>
<p>Il fatto di postare qualcosa sul proprio diario o sulla propria pagina non vuol dire assolutamente che a ogni pubblicazione debba corrispondere un numero di likes pari o proporzionale al numero dei collegamenti acquisiti all’interno del social (<em>i cosiddetti “amici”</em>).</p>
<p>Già il modo stesso con il quale viene generato nel tempo il proprio numero di <strong>follower</strong> (<em>amici, amici degli amici, semplici conoscenti, amici di semplici conoscenti … e così via</em>) la dice lunga sulla reale consistenza numerica di chi ci segue realmente, così come nell’ambito della nostra società reale conosciamo tantissime persone ma di queste solo poche sono sinceramente legate alle vicende della nostra vita.</p>
<p>A questo dobbiamo aggiungere che, per quanto alto possa essere il numero dei nostri “<strong><em>amici</em></strong>” sul diario di <strong>Facebook</strong>, fra di essi, <strong>INEVITABILMENTE</strong>, saranno sempre presenti:</p>
<ul>
<li><strong>quelli che mettono il “mi piace” solo sui post frivoli e dilettevoli</strong> (<em>cani che ballano, gatti che fanno le capriole, uccelli canterini, gente che cade ecc</em>.);</li>
<li><strong>quelli che non vogliono darti “importanza” anche se ti visualizzano sempre sulla loro home</strong>;</li>
<li><strong>gli ipocriti, che fingono di seguirti ma che, in realtà, di te non gliene frega proprio nulla e, dopo qualche like, si aggregano alla categoria precedente</strong>;</li>
<li><strong>quelli che contestano qualsiasi cosa, anche l’ovvietà, e che neanche pagati sono disponibili a concederti il “piacere” di prenderti in considerazione. </strong>Questi utenti, che spesso adoperano un linguaggio scurrile ricco di parole tronche e abbreviazioni infantili, sono chiamati tecnicamente “<strong>troll</strong>” e, proprio come i personaggi delle tradizioni popolari scandinave (<em>vedere anche il “<strong>Signore degli Anelli</strong>“</em>) sono veri e propri <strong>disturbatori</strong>, sfruttati anche da certi partiti politici per “colpire” gli avversari.</li>
<li><strong>quelli che non leggono, per cocciutaggine costituzionale e ignoranza cronica, i post o i commenti troppo lunghi ritenendo la brevità un valore aggiunto, </strong>mentre si sa benissimo che certi concetti complessi necessitano di un certo numero di parole per essere ben compresi e non far cadere i lettori in equivoci e fraintendimenti (<em>lo stesso social network <strong>Twitter</strong>, celebre proprio per i limiti dei caratteri imposti nei suoi post, è tornato indietro su questa scelta e sulla sua originaria policy in tal senso</em>);</li>
<li><strong>quelli che non partecipano attivamente al dibattito nei social, per non rischiare critiche e in genere per non esporsi, ma che studiano quotidianamente ciò che fanno o scrivono tutti gli altri che conoscono</strong>; questi sono chiamati “<strong>guardoni</strong>” e risultano forse i più detestabili perché si muovono fra l’ignavia patologica e la perversa curiosità.</li>
<li>infine ci sono<strong> quelli che frequentano saltuariamente i social e non ne conoscono bene le dinamiche, </strong>visionano pochi post degli amici e, anche volendosi inserire nel dibattito, non sanno neanche cosa scrivere.</li>
</ul>
<p>Insomma nei social c’è la stessa variegata “fauna” che incontriamo per strada o che ci vive accanto giornalmente con le proprie personalissime convinzioni.</p>
<p>Certi <strong>studi scientifici</strong> hanno dimostrato che quando postiamo qualcosa sui social generiamo un rilascio di <strong>dopamina</strong> attivando una specifica area del cervello che ci da una sorta di piacere legato all’<strong>ILLUSIONE</strong> di essere popolari.</p>
<p>E ciò, purtroppo, genera <strong>dipendenza</strong> e talvolta <strong>delusione o depressione</strong> se prendiamo coscienza della futilità di quello che facciamo o dell’abbaglio che abbiamo preso nel ritenerci celebrità del web.</p>
<p>Ci sono utenti che non ottengono “<strong>like</strong>” in quasi tutti i loro post, pur avendo un numero elevato di <strong>follower </strong>e proponendo sempre dibattiti o problematiche interessantissimi. A loro non interessano minimamente questi “dati statistici” di <strong>gradimento fittizio </strong>la cui eventuale assenza costituisce solo un <strong>falso problema</strong> del quale è opportuno disinteressarsi totalmente, l’importante è invece proporre <strong>cose intelligenti e utili alla collettività</strong>, frivolezze e banalità, per quanto popolari possano risultare nel breve termine, alla fine cadono inesorabilmente nel “dimenticatoio” e nell’indifferenza totale.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nell’era dei tagli, ecco i “tagliatori di testi” sui social</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/nellera-dei-tagli-ecco-i-tagliatori-di-testi-sui-social/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2017 07:42:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nell’era della comunicazione globale i controsensi delle abbreviazioni, dei twitt, degli emoticon e]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’era della <strong>comunicazione globale</strong> i controsensi delle <strong>abbreviazioni</strong>, dei <strong>twitt</strong>, degli <strong>emoticon</strong> e della <strong>brevità forzata</strong> nel linguaggio scritto e parlato, stanno tagliando gran parte della nostra capacità di espressione, proprio come l’uso smodato dell’inglese nel nostro Paese sta distruggendo la lingua italiana.<span id="more-8333"></span></p>
<p>Vi riportiamo alcuni degli esempi più comuni, chi di voi non ha già letto su <strong>Facebook</strong>, <strong>Whatsapp, Messenger</strong> o nelle <strong>Chat, </strong>parolette “singhiozzate” come queste?</p>
<ul>
<li>“<strong>rip</strong>“: per dire “riposi in pace” (<em>quella che appare la più cinica e irriverente, soprattutto perché rivolta a un essere umano defunto</em>)</li>
<li>“<strong>npl</strong>” : per indicare i “crediti deteriorati” o le “sofferenze bancarie” (<em>non performing loans)</em></li>
<li>“<strong>raga</strong>” : per invocare i propri amici (<em>ragazzi</em>)</li>
<li>“<strong>cmq</strong>” : per comunque, una parola che nelle chat è considerata lunghissima</li>
<li>“<strong>x</strong>” : per non scrivere “per”</li>
<li>“<strong>cn</strong>“: contrazione di “con” – certo un gran bel risparmio!</li>
</ul>
<p>Ma poi ci sono le espressioni tipiche dei <strong>nerd</strong> :</p>
<ul>
<li><strong>10X</strong> o <strong>10Q</strong>:  per ringraziare (dall’inglese “<em>thanks</em>” (10 = <em>ten</em>, x = <em>ks</em>) o “<em>thank you</em>” (10 = <em>ten</em>, q = <em>kyou</em>).</li>
<li><strong>2</strong>: per scrivere “anche” o “pure” (dall’inglese <em>“too”) – </em>quindi per scrivere “anch’io”<em> (me too) </em>si adopera “<strong>me 2</strong>″</li>
<li><strong>2H</strong>: per indicare “arma a due mani” (abbreviazione di “<em>two hands</em>“)</li>
<li><strong>4</strong> : abbreviazione di “per” (dall’inglese “<em>for</em>”). Quindi “<strong>4life</strong>” (for life, per la vita), oppure “<strong>4ever</strong>” (for ever, per sempre), “<strong>4u</strong>” (for you, per te)</li>
<li><strong>LOL</strong> : per indicare “un sacco di risate” (acronimo dall’inglese <em>laughing out loud</em> o <em>lots of laughs</em>, “sto ridendo sonoramente”)</li>
</ul>
<p>Ma ce ne sono migliaia, impossibile indicarle tutte in quest’articolo.</p>
<p>La comunicazione totale, invece di espandere linguaggi e contenuti, ha dilatato esclusivamente le tecniche di diffusione e la massa degli utenti coinvolti, peggiorando però enormemente la qualità dell’informazione, sia nella sostanza che nelle forme stesse di espressione.</p>
<p>Oggi sui social non si dialoga, piuttosto si “cinguetta”, si singhiozza, si balbettano acronimi, si tendono a sillabare solo pezzi delle parole necessarie rendendo i testi sempre più simili a serie infinite di <strong>codici fiscali</strong>, sacrificando tante innocenti vocali che, pur non avendo fatto alcun male a nessuno, vengono elise spietatamente, troncate e massacrate sull’altare del “<strong>linguaggio universale</strong>” che tale non sarà mai, perché sempre più precluso alle masse restando nella conoscenza dei pochi “creativi” che l’hanno generato.</p>
<p>In tutto questo accorciare, abbreviare, sintetizzare scriteriatamente, spesso non si ci comprende, si alterano le corrette percezioni dei toni espressivi, che solo con i giusti giri di parole possono essere adeguatamente descritti. Per questo i moderni “<strong>tagliatori di testi</strong>” hanno inventato gli “<strong>emoticon</strong>“, faccette o in genere piccole icone, incaricate di indicare stati emotivi o specificare contesti che gli abusi delle abbreviazioni fanno inevitabilmente sparire.</p>
<p>Ma a questo punto, considerando che siamo nell’età digitale e che il linguaggio dei computer, che a breve domineranno il mondo intero, è basato sul <strong>codice binario</strong> composto dai soli due elementi “<strong>1</strong>” e “<strong>0</strong>“, perché non parliamo o scriviamo anche noi nello stesso modo?  Eviteremmo così anche gli sforzi mentali che facciamo oggi per abbreviare le parole, privandole magari solo di una o due vocali o di qualche consonante. Dialogando direttamente in forma digitale, con l’ausilio degli emoticon, potremmo evitare tutti quegli inutili sforzi che facciamo tutti i santi giorni sui social per “risparmiare” pezzi di parole e inventare sempre più nuove abbreviazioni.</p>
<p>Se, per esempio, ai tempi di <strong>Dante Alighieri</strong> fossero già esistiti il <strong>codice binario</strong> e<strong> gli emoticon</strong>, il sommo poeta avrebbe scritto la sua “<strong>Divina Commedia</strong>” così:</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-3133 alignleft" src="http://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia.jpg" alt="divinacommedia" width="979" height="79" srcset="https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia.jpg 979w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia-300x24.jpg 300w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia-768x62.jpg 768w, https://blog.figuccia.com/wp-content/uploads/2017/02/divinacommedia-800x65.jpg 800w" sizes="(max-width: 979px) 100vw, 979px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Senza alcun dubbio il grande poema risulterebbe più attuale, tecnologico, pittoresco e sintetico, ma non vi sembra che manchi sempre qualcosa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La sintesi nell’epoca della comunicazione è anacronistica</title>
		<link>https://blog.figuccia.com/la-sintesi-nellepoca-della-comunicazione-e-anacronistica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 May 2016 10:59:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ora anche il social network “Twitter” si è pentito di questa scelta iniziale (che comunque l’ha]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora anche il social network “Twitter” si è pentito di questa scelta iniziale (che comunque l’ha caratterizzato nel panorama dei social) e, come Facebook, ha aperto al dialogo completo senza limiti nei caratteri.<span id="more-7608"></span></p>
<p>D’altra parte si ci è resi conto che la sintesi alla Twitter è più un vezzo che una necessità, come accadeva invece in tempi ormai lontani quando il telegrafo doveva obbligatoriamente racchiudere in pochi caratteri notizie, concetti e colloqui anche complessi.</p>
<p>Oggi non è più così, e nell’era della comunicazione in cui si spediscono progetti completi e intere enciclopedie con un semplice file, essere costretti a “cinguettare” poche parole, magari senza neanche riuscire a farci capire da chi ci ascolta, è puramente anacronistico.</p>
<p>Anche perché la capacità di sintesi non è un dono per tutti. Chi riesce a farlo è certamente dotato di abilità dialettiche che difficilmente possono essere trasmesse da un individuo all’altro.</p>
<p>Vorrei ricordare insieme a voi un periodo appartenente ormai al secolo scorso quando il telegrafo, con la sua nota unica e ripetitiva, era il solo mezzo di comunicazione.  Una bellissima canzone di <strong>Enzo Jannacci</strong> è adattissima a riportarci indietro nel tempo.</p>
<p>Vi propongo dunque “<strong>Giovanni telegrafista</strong>”, in memoria di quando trasmettere messaggi era quasi un gesto disperato con il quale si tentava di proiettare nel vuoto dello spazio poche ma significative parole, e talvolta anche sentimenti e dichiarazioni d’amore.</p>
<p>Erano altri tempi, ma forse il desiderio di comunicare era così intenso da abbattere facilmente qualsiasi difficoltà di sintesi e il dialogo avveniva comunque benissimo anche attraverso quel monotono “piripippipiripirippippiri”.</p>
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		<title>Facebook: la banalizzazione di tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Figuccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2015 10:38:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’avvento dei social network è stato interpretato dalla massa popolare dell’intero pianeta come]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’avvento dei <strong>social network</strong> è stato interpretato dalla massa popolare dell’intero pianeta come la più grande ventata di indipendenza nella storia dell’intera umanità.<span id="more-2988"></span><span id="more-5684"></span></p>
<p>Ogni essere umano dotato di computer ha ritenuto infatti, semplicemente registrandosi su <strong>Facebook</strong>, di essersi trasformato in <strong>editore</strong> di se stesso, <strong>scrittore</strong>, <strong>giornalista</strong> freelance, <strong>opinionista</strong>, <strong>giudice</strong> qualificato, in piena libertà e, soprattutto, senza spendere un centesimo.</p>
<p>In minima parte è anche vero, ma è nelle “<strong>dimensioni</strong>” la vera differenza, come dire che ogni uomo possa ritenersi potenzialmente un <strong>Rocco</strong> <strong>Siffredi</strong> pur avendo prerogative fisiche del tutto <strong>standard</strong>.</p>
<p>La vera forza divulgativa dei social network, a parte la pubblicità (<em>chissà fino a che punto disinteressata</em>) che attualmente stanno facendo in loro favore le televisioni  pubbliche e private, sta proprio nell’<strong>aggregazione</strong>, nella <strong>capacità di raggruppare utenti,</strong> di generare “<strong>unioni</strong>”, di mettere sotto un’unica “etichetta” tantissima gente con uguali intenti o simili affinità.</p>
<p>La massiva <strong>divulgazione</strong> dei dati pubblicati (<em>o “postati” come si dice convenzionalmente</em>) è diventata certamente la vera pietra miliare della <strong>comunicazione</strong>, ma non è assolutamente ciò che molti utenti sono convinti che sia, perché presentarsi “<strong>da soli</strong>” non serve a nulla e si resta “isolati” pressoché come prima.</p>
<p>Chi accede al proprio spazio personale su un social network, per fare un esempio, o alla sua pagina gestita in qualità di amministratore, non si espone immediatamente di fronte a una <strong>platea globale,</strong> come sono convinte purtroppo molte persone, ma inizialmente si trova proprio solo con se stesso, come quando si osserva di fronte lo specchio del proprio bagno, piano piano dovrà dunque costruirsi un suo “<strong>pubblico</strong>”, quelli che il social network “<strong>Facebook</strong>” chiama più semplicemente “<strong>amici</strong>”.</p>
<p>Col tempo, e in base alle effettive conoscenze in campo “<strong>reale</strong>” (<em>senza coinvolgere gente sconosciuta perché ciò è severamente vietato dalla policy di Facebook</em>), questa platea comincia a diventare sempre più grande, ma il nostro pubblico resterà sempre nell’ordine di grandezza del numero delle nostre <strong>effettive relazioni sociali</strong>.  Quindi se vogliamo fare i “<strong>predicatori</strong>” o gli <strong>opinionisti</strong> in termini più ampi e più prossimi al “globale”, dobbiamo scegliere altri canali o aggregarci in gruppi “<strong>virali</strong>” che possono invece espandersi <strong>esponenzialmente,</strong> proprio per la loro capacità di attingere contemporaneamente ai “<strong>bacini di utenza</strong>” di ogni singolo componente del gruppo che agisce da <strong>fattore moltiplicativo della diffusione</strong>.</p>
<p>In poche parole, chi si sente un <strong>padreterno</strong> solo perché è iscritto a Facebook e <strong>pubblica le proprie idee sul suo diario</strong> senza avere tuttavia una <strong>platea sufficiente</strong>, è come se “parlasse da solo” o se tentasse, “<strong>pescando</strong>” nel proprio acquario, di catturare<strong> attenzione oceanica</strong>.</p>
<p>Anche i numeri dei commenti o dei  “<strong>mi piace</strong>” sui post di una determinata pagina possono facilmente trarre in inganno. Intanto i commenti per essere “<strong>validi</strong>” devono risultare coerenti al tema proposto nel relativo articolo e qualitativamente <strong>efficaci</strong> al dibattito; inoltre le “risposte” ad un commento andrebbero inserite sotto al relativo commento, non come ulteriore intervento, perché una eventuale replica alla replica trasformerebbe il “campo-commenti” in un “<strong>campo</strong>” da tennis o in un tavolo di ping pong (<em>quindi con due o 4 giocatori al massimo</em>)  invece che di un tavolo di discussione multipla.</p>
<p>Poi, una pagina con soli <strong>50 iLike</strong> che però rispondono tutti e con regolarità ad ogni post, <strong>non è comunque paragonabile</strong>, come potenzialità ed effettiva forza di divulgazione, a una pagina con <strong>10.000 fan, </strong>anche se in massima parte <strong>leggono solo senza intervenire </strong>(<em>modalità detta “<strong>silenziosa</strong>“, ultimamente molto utilizzata, anche se va in senso contrario allo spirito di una comunità virtuale dove i “<strong>guardoni ignavi</strong>” che <strong>rifiutano il confronto</strong> o per alterigia o per atavica scadente autostima, non sono di certo benvoluti</em>) .</p>
<p>Insomma i social network sono giganteschi “<strong>recipienti</strong>” stracolmi di dati, e il massiccio utilizzo di questi strumenti, senza un minimo di conoscenza specifica del loro funzionamento, serve a ben poco e resta un’attività “<strong>fine a se stessa</strong>“; certo “<strong>chi si accontenta gode</strong>“, e coloro che si avvalgono dei social in ambiti ristretti illudendosi invece di “<strong>parlare</strong>” col mondo, non si pongono alcun <strong>dubbio in merito alla reale efficacia di questo loro impegno</strong>, ma in fondo: “<strong>contenti loro, contenti tutti</strong>“.</p>
<p>Ben altra cosa è invece l’aggregazione, l’inserimento in qualità di “<strong>follower</strong>” (<em>sostenitore</em>) all’interno di entità già costituite che hanno raccolto nel tempo <strong>ampio consenso popolare</strong>. In quest’ultimo caso la <strong>visibilità</strong> degli interventi è certamente da rapportare ai grandi numeri, non alla solita, monocorde e circoscritta <strong>cerchia di “amici”</strong>…. ma, in questa eventualità, viene a mancare l’<strong>autoesaltazione</strong> <strong>da protagonismo puro </strong>di cui sopra, quella <strong>mera illusione</strong> di essere al centro dell’<strong>attenzione globale</strong> per la propria essenza diretta, magari per aver iniziato una discussione con un post provocatorio all’interno di un proprio spazio esclusivo, dove il “<strong>titolare</strong>” ufficiale è il “<strong>padrone assoluto</strong>” che ha il potere di <strong>accogliere o cancellare i propri seguaci</strong>, quasi che quel diario fosse un <strong>castello feudale</strong> in cui il “<strong>signore</strong>” regna sovrano; un potere virtuale dunque, ma pur sempre un “<strong>potere</strong>” da opporre a quello, ben più reale e oppressivo, che si subisce passivamente da cittadini, contribuenti e uomini del popolo.</p>
<p>Quantità immense di foto, video, immagini di opere d’arte, brani letterari vengono <strong>postati giornalmente in un turbinio pirotecnico di dati informatici</strong> che “dura” meno di un giorno, se non persino poche ore. Poi tutto viene <strong>fagocitato</strong> dagli archivi dei social network in funzione delle varie date e ore di pubblicazione; tutto va <strong>in coda</strong>, su <strong>fondo pagina</strong>, dentro i tasti degli anni precedenti, in un enorme <strong>guazzabuglio</strong> che fa sparire “<strong>il tutto</strong>“, pur mantenendolo in una sorta di “<strong>coma farmacologico</strong>” nei <strong>bassifondi virtuali</strong> dei social network.</p>
<p>Non parliamo poi degli “<strong>eventi</strong>“, tutto ciò che implica coinvolgimento dei gruppi di amici, magari per festeggiare un semplicissimo compleanno, o per celebrare la vittoria in un torneo di burraco, viene trasformato in “<strong>EVENTO</strong>“.</p>
<p>Prima un “evento” era una circostanza attesa e auspicata sia dai relativi protagonisti, sia da folte schiere di pubblico; oggi viene invece <strong>banalizzato</strong> e <strong>annichilito</strong> da una serie infinita di <strong>iniziative personali</strong> di dubbio interesse popolare e di discutibile qualità.</p>
<p><strong>Diventa evento</strong> (<em>scusate il gioco di parole</em>) persino la caduta del primo dentino di nostro figlio, certamente un momento storico per noi genitori, ma di sicuro non il più importante degli <strong>appuntamenti mondani</strong> per lo zio della cognata del consuocero del nostro panettiere di fiducia, anche se risulta nell’elenco dei nostri “<strong>amici</strong>” fin da quando ci siamo registrati per la prima volta su Facebook.</p>
<p>Ogni evento sparisce nel <strong>pubblico oblio</strong> già il giorno stesso della sua inaugurazione, spazzato via dal “<span style="text-decoration: underline;"><strong>vento elettronico</strong></span>” dei <strong>massicci flussi informatici successivi</strong> … e forse, chissà, proprio per questo viene chiamato “<strong>e-vento</strong>”.</p>
<p>I social, con i loro automatismi e i loro “canti da sirene”, ci stanno “massacrando” la personalità, illudendoci di essere sempre grandissimi protagonisti della vita pubblica,  ma mantenendo invece pressoché inalterati i nostri rapporti sociali, conquistati senza l’uso del pc.</p>
<p>Per utilizzarli dunque nel migliore dei modi e per esaltarne la <strong>indubbia valenza</strong>, dovremmo considerarci meno “protagonisti” e più disponibili ad appartenere a una comunità, accantonando possibilmente l’inconfessato desiderio egocentristico di essere al centro dell’attenzione di tutti … <strong>nei</strong> <strong>social network</strong> <strong>non servono né i leader né i capitani di ventura,</strong> <strong>almeno lì conta il popolo</strong>.</p>
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