Anche Armani contro il consumismo scriteriato

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In una intervista a “ilfattoquotidiano.it“, Giorgio Armani, una nostra icona mondiale del settore della moda, rivela la sua avversione verso lo scriteriato e folle consumismo che sta distruggendo il mondo spinto verso una dissennata corsa verso il caos. (cliccate qui per leggere il relativo articolo)

In particolare Armani dichiara stizzito: “Io non voglio più lavorare così, è immorale. È tempo di togliere il superfluo e ridefinire i tempi —– Sbagliato, bisogna cambiare, questa storia deve finire. Questa crisi  (del coronavirus) è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero. Non ha senso che una mia giacca, o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane, diventino immediatamente obsoleti, e vengano sostituiti da merce nuova, che non è poi troppo diversa da quella che l’ha precedutaIo non lavoro così, trovo sia immorale farlo. Ho sempre creduto in una idea di eleganza senza tempo, nella realizzazione di capi d’abbigliamento che suggeriscano un unico modo di acquistarli: che durino nel tempo.

Ovviamente Armani parla del suo settore, quello della moda dell’abbigliamento, tuttavia il suo concetto è tanto profondo da poter essere considerato un’astrazione applicabile all’intera sfera del commercio mondiale nella quale dominano costanti, e da troppo tempo, le sfide (così le chiamano da anni coloro che reggono i fili del consumismo globale) contro tutto e tutti alla ricerca del profitto assoluto.

Se n’è parlato tantissimo in questi ultimi anni, anche se in campi commerciali e industriali ben diversi:

  • cellulari che fanno le stesse cose di quelli prodotti in precedenza ma, spacciati per innovativi ed “epocali”, devono sostituire nell’arco di un anno l’intera produzione passata divenuta obtorto collo obsoleta (leggasi obsolescenza programmata);
  • inutili aggiornamenti di software quotidianamente imposti a pc, telefonini e tablet di tutto il mondo anche in presenza di cambiamenti più che risibili;
  • televisori e altre apparecchiature elettroniche realmente innovative artatamente tenute “in soffitta” fino alla totale vendita di generazioni di dispositivi intermedi appositamente immessi sul mercato per generare flussi commerciali transitori;
  • nuovi modelli di autoveicoli che sostituiscono i precedenti, dopo pochissimo tempo dal varo della loro produzione, anche solo per insignificanti dettagli;
  • prodotti commerciali IDENTICI ai precedenti ma venduti con packaging diversi da quelli dell’anno prima;
  • ecc. ecc. ecc.

Insomma Armani ha messo il dito nella piaga nel campo della moda, ma la piaga è globale ed è presente in tutti i settori merceologici e industriali.

E’ l’effetto dello spietato CONSUMISMO che caratterizza purtroppo la società contemporanea in tutte le sue accezioni; un cambiamento nevrastenico, troppo spesso inutile, e un’iperproduzione diabolica e tanto meno deleteria per l’ambiente e per l’umanità, entrambi finalizzati esclusivamente al profitto assoluto e alla totale mancanza di rispetto per i lavoratori sfruttati e gli utenti fregati.

Lo stesso Papa Francesco ne ha parlato spesso, rivolgendo parole di fuoco nei confronti del dilagante egoismo che sta spingendo l’intero Pianeta verso il caos ambientale e culturale … ma sono solo parole. Occorre passare ai fatti, e questo cambiamento buono può arrivare solo dai consumatori, solo loro possono frenare la corsa folle del consumismo “consumando” di meno e meglio.

Armani ha detto bene: “Questa crisi  (del coronavirus) è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero, togliendo il superfluo e ridefinendo i tempi”.

Intanto i miliardari che alimentano e gestiscono il consumismo globale sono perfettamente in sella a questo “cavallo pazzo” che sta facendo impazzire il mondo, proprio  come il Crodino, e ognuno di noi, come un Cretino, ne accetta passivamente la supremazia. Armani forse ci spera ma purtroppo temo che non cambiera nulla se non cambieremo noi per primi.

Sergio Figuccia

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