Frustrazioni degli autori del terzo millennio

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Un tempo, ma ormai parliamo di uno o due secoli fa, chi riteneva di possedere un minimo di talento, non trovava particolari difficoltà a proporre all’esterno i frutti della propria creatività.

Da sempre, per un artista o un creativo, risulta “necessario” poter vagliare (oggi diremmo testare) le proprie qualità raffrontandosi in qualche modo col “resto del mondo”. Certo in passato c’era sempre il rischio di essere stroncati già in partenza, di ritrovarsi strapazzati dalla “critica” ufficiale o dagli addetti ai lavori pur risultando magari graditi al pubblico; ma almeno c’era facilità di approccio con i fruitori della cultura e, sincero o no, qualificato o no, magari approssimativo o superficiale, forse di parte o interessato chissà, comunque un giudizio non mancava mai e l’artista poteva farsi una sua idea sull’opportunità o meno di continuare a lavorare nel settore.
E questo valeva per tutto: per la pittura, la letteratura, la fotografia, la scultura, la musica ecc. ecc.

Oggi non è più così. Tutto è inflazionato, specialmente nel mondo dell’arte e della cultura contemporanea. La produzione è divenuta mastodontica in qualunque campo e la qualità delle opere, seppur presente, sparisce “nella massa”, nella impossibilità di poter emergere dall’enorme quantità di “detriti” di ogni sorta che prepotentemente si riversa di continuo nel mare della creatività umana, divenuto ormai un immenso oceano globale.

Le difficoltà maggiori si sviluppano nella letteratura. Per uno scrittore del terzo millennio far leggere una qualsiasi propria creazione al resto dell’umanità è divenuta impresa ardua, specialmente se per “altri” intendiamo i parenti e gli amici più vicini.
Qualsiasi sia il soggetto del testo è quasi impossibile trovare qualcuno che si dichiari interessato all’argomento; così, con l’alibi della scarsa attrazione per il tema del libro, la gente del proprio entourage, sulla quale si conta normalmente per un consiglio o una stuzzicante opinione  che possa migliorare la produzione letteraria, mostra solo massima indifferenza per il tuo lavoro e ne prende platealmente le distanze, per poi però discutere animosamente con gli altri tuoi amici, magari in tua presenza, dei nuovi libri acquistati che sta “divorando” con estremo piacere, quasi sempre “minchiate galattiche”, anche se loro di “astronomia” non capiscono nulla.

Al di là di invidie, gelosie, e sciocchi infantili antagonismi, che possono costituire un humus ideale per reazioni di questo tipo, la realtà è che in Italia, e non è un luogo comune, la massa popolare legge pochissimo e male. Non è dunque troppo strano che i campioni di incassi in libreria siano stati ultimamente soprattutto autori stranieri come Dan Brown, Scott Fitzgerald, o Khaled Hosseini e che un autore (si fa per dire) italiano che è stato presente nella top hits si chiama Del Piero.

La produzione italiana è però validissima, ma è poco conosciuta, soprattutto per ignoranza, cattiva distribuzione, scadente pubblicizzazione, e per la valanga di libri autoprodotti in self-publishing che ormai seppellisce la qualità con la quantità.
Girano sempre gli stessi nomi e le necessità commerciali delle case editrici hanno “permesso” a molti noti autori, che non hanno di certo poteri soprannaturali per poterlo fare, di sfornare decine di libri all’anno, che firmano ovviamente con il silenzioso e sottomesso contributo di giovani “assistenti”, destinati a restare sempre nell’ombra.

Sono in pochissimi a riuscire a emergere e, non sempre il successo è figlio del merito.

Lo scrittore poco conosciuto spesso si sente solo, e “solo” un altro scrittore lo può comprendere, ma a quel punto subentra magari la gelosia e quel dannato pensiero (totalmente infondato) che fa ritenere un semplice complimento a un collega come un grave danneggiamento per la propria immagine professionale.
Quindi comprendo pienamente il piacere che possa provare un autore quando riceve un’attestazione di gradimento del proprio lavoro, ma soprattutto l’ufficializzazione di una “lettura” che, altrimenti, resterebbe nella sfera delle possibilità e non in quella delle certezze. E questo vale per tutti, da Eco a Vespa, da Dan Brown a Moccia, da Camilleri giù giù giù giù …. fino a Vincenzo Mollica.

Sergio Figuccia

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