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Selfie sulla fine di una civiltà

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E’ molto alta la probabilità che le nuove generazioni dell’umanità stiano in pratica “fotografando” la fine della società civile.

Ovviamente ci sarà il solito bastian contrario, perfettamente integrato nell’imbarbarimento globale, che magari mi definirà millenarista o predicatore apocalittico di sventure, ma per quanto mi sforzi di “pensare in positivo” non riesco a scorgere scorci di cielo sereno sul futuro della società digitale.

L’uso sfrenato e scriteriato della tecnologia e della scienza in genere ci sta portando, sempre più velocemente, verso un abbrutimento sociale che non ha eguali nell’intera storia del genere umano.

I giovani sembrano i più “colpiti” da tanto “progresso”; attaccati agli infernali smartphone dalla mattina alla sera non riescono più a comunicare fra loro se non a “colpi” di messaggini o whatsapp, non sanno più parlare la lingua madre che hanno irrimediabilmente deturpato con inverosimili acronimi e onomatopeici aborti lessicali. Per i pastrocchi scolastici creati da un’amministrazione statale incapace di plasmare il settore dell’insegnamento in funzione di una straripante tecnologia, i giovani italiani, pur studiando forse più dei genitori, si presentano spesso ignoranti e stralunati su qualsiasi tema in discussione; magari conoscono bene qualche lingua straniera (l’inglese soprattutto), ma poi si rilevano totalmente all’oscuro in argomentazioni di cultura generale, anche di basso livello.

Non riescono a trovare lavoro, se non dopo anni di attesa, dovendo comunque accettare condizioni eccessivamente gravose, prossime allo schiavismo, e remunerazioni ormai appiattite sui valori standard attribuiti agli immigrati e agli extra-comunitari, nonostante i titoli di studi comunque acquisiti (laurea compresa), anche perché i sindacati hanno completamente perso la loro funzione di difesa dei diritti dei nuovi assunti  e, sia nel settore pubblico sia in quello privato, lasciano ormai fare liberamente ai datori di lavoro.

Per i ragazzi degli anni ’90 dunque gli orizzonti appaiono foschi e talvolta pure piuttosto oscuri; purtroppo per loro la sola certezza appare la tecnologia, che però in parte, ma i giovani non lo percepiscono, è anche fra le cause principali della scadente qualità del lavoro e dell’enorme difficoltà nel trovarlo, ceduto com’è quasi totalmente ai computer e alle gestioni informatiche.

Alla generazione a “cavallo fra il primo e il secondo millennio” non resta dunque che abbrutirsi con smartphone, pc e tablet, in stupidi giochini globali, distorti usi dei social e scimmiottamenti di tendenza, il tutto condito da miliardi di inutili foto che vagano in rete come sorridenti fantasmi nel più variopinto e complesso VUOTO ASSOLUTO che civiltà terrestre abbia mai generato nell’intera storia del Pianeta.

La società digitale appare quindi una mastodontica accozzaglia di dati che il potere tenta di sfruttare a proprio uso e consumo solo per poter “rapinare” il più possibile i popoli sottoposti, e le nuove generazioni, totalmente allo sbando, per cercare disperatamente un diletto o un interesse qualsiasi al quale potersi aggrappare in quel “vuoto” di cui parlavo prima nel quale fluttuano noiosamente.

Così, fotografando e riprendendo in video tutto ciò che caratterizza la quotidianità, questo immenso esercito di zombie riempie la rete e i social di quantità colossali di insulsaggini che, alla fine, non fanno che aumentare sempre più il grado di alienazione di ciascuno di noi, ma soprattutto dei giovani. Fenomeni come i suicidi di “blue whale“, i foreign fighters dell’estremismo islamico o i folli click sui cornicioni dei grattacieli per produrre selfie popolari sulla rete sono tutti figli di questo “nulla” che ci ha regalato la civiltà digitale.

Vi propongo un emblematico video di Steve Cutts, drammatico ma molto significativo, che presenta quanto ho espresso in precedenza con grandissima genialità creativa e la forza comunicativa che solo i fumetti di una volta riuscivano ad avere.

 

Sergio Figuccia

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